Editoriale

Giornalisti intercettati. Quanto resterà in scena questo grande scandalo italiano?

Questo articolo è disponibile anche in: Inglese

di Alberto Spampinato e Giuseppe F. Mennella – Si spera più degli altri grandi problemi della libertà di stampa apparsi all’orizzonte e usciti di scena prima di essere risolti

OSSIGENO – 9 aprile 2021 – Lo scoop di Andrea Palladino pubblicato Il 2 aprile 2021 sul quotidiano “Domani” ci ha fatto sapere che nel 2017 erano state intercettate le telefonate di un numero imprecisato di giornalisti italiani impegnati, a documentare lo svolgimento del traffico di esseri umani e l’attività delle ONG per il soccorso in mare alle imbarcazioni in difficoltà nel canale di Sicilia e quelle intercettazioni sono state inserite negli atti di un procedimento penale senza che i giornalisti siano indagati. Abbiamo appreso anche che sono state rilevate telefonate e spostamenti di alcuni avvocati. In pochi giorni queste rivelazioni hanno assunto giustamente le dimensioni di un grande scandalo italiano. 

La preoccupazione è pienamente giustificata: se la magistratura inquirente non ha apertamente violato il segreto professionale garantito dalla legge agli avvocati e(sia pure molto più debolmente) i giornalisti sulla segretezza delle loro fonti fiduciarie, certamente ha tenuto in basso o in nessun conto questa loro prerogativa, l’unica riconosciuta a chi svolge questa professione.

Gli ispettori ministeriali, doverosamente inviati alla procura di Trapani dal ministro della giustizia Cartabia ci diranno come sono andate le cose. 

Speriamo che questo chiarimento aiutia rimettere sui binari giusti la disordinata discussione che si è sviluppata su questo problema. L’ondata dei commenti finora, tranne poche eccezioni, ha oscillato polemicamente fra la minimizzazione e l’esagerazione dei fatti. 

Queste estremizzazioni sono tipiche del dibattito pubblico italiano in materia di violazioni della libertà di informazione, tema sul quale di solito prevale il silenzio assoluto, anche di fronte a fatti evidenti che meriterebbero attenzione pubblica e richiederebbero l’ intervento non retorico delle istituzioni. 

Questo grande silenzio e questa passività sono interrotti episodicamente da grandi e brevi fiammate, a fronte di casi clamorosi come questo di cui parliamo in questi giorni, di episodi che gridano vendetta, per i quali molti si stracciano le vesti e promettono interventi risolutivi. Salvo il fatto che dopo un po’ il problema perde di attualità senza che sia stato risolto e non se ne parla più, fino alla prossima fiammata, ovviamente, e di solito senza ricordare le puntate precedenti.

“Calati junco che’ la china passa”, dice il proverbio

Con questa filosofia spicciola è stata affrontata anche la questione per cui Alessandro Sallusti nel 2012 finì per 14 giorni agli arresti domiciliari e l’Italia fu dipinta per altrettanti giorni come un paese barbaro e illiberale. Così è stato di fronte al fatto che decine di giornalisti orfani del quotidiano l’Unità sono stati costretti da una legge ingiusta a pagare le quote di risarcimento dovute dal loro editore fallito nel 2013. Le stesse brevi vampate di attenzione ci sono state quando si è sposata la tesi (cara a Ossigeno) che siano indispensabili interventi legislativi per fermare la marea di querele e cause infondate per diffamazione a mezzo stampa, e per ridurre l’altissima impunità per le minacce e le intimidazioni a giornalisti, blogger e difensori dei diritti umani. 

Ogni volta grandi promesse. Impegni solenni. Ma nessuna soluzione. Brutto affare!

Purtroppo i problemi irrisolti incancreniscono come le piaghe non curate. A niente vale ripararsi dietro i rinvii, l’ipocrisia, i dati di comodo e il silenzio politico e mediatico. Nascondere le malattie non fa bene alla salute. Ce lo insegna, da ultimo, la vicenda dei contagi Covid.

Chiediamoci dunque: perché non si applicano ricette così ovvie anche quando si tratta di difendere la libertà di stampa e di punire le intimidazioni ai giornalisti?

Forse perché i giornalisti – a dispetto di ciò che pensano di sé stessi – sono una categoria debole che nel corso degli anni ha perso ulteriormente potere credibilità alleanze e capacità di reazione e oggi non è in grado di combattere questa battaglia esiziale con sufficiente forza e determinazione. 

Per fortuna il mondo è grande e la libertà di informazione non è un affare che riguarda soltanto i giornalisti. Riguarda tutti. Perciò c’è da augurarsi che questa nobile bandiera sia impugnata anche da altri: intellettuali artisti scrittori opinionisti studenti e tutti coloro che ritengono che sia un loro diritto irrinunciabile raccogliere informazioni, diffonderle e riceverle, esprimere liberamente opinioni, avere la possibilità di farlo senza alcuna interferenza del potere, senza che ci sia in azione un Grande Orecchio né qualsiasi altro dispositivo in grado di intromettersi per ostacolare, punire, criminalizzare chi raccoglie verità scomode, chi esprime opinioni sgradite. 

Alberto Spampinato Giuseppe F. Mennella

Leggi anche il commento dell’Avv.Andrea Di Pietro

 

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