Carlo Bartoli, troppi attacchi, le istituzioni difendano i giornalisti
Siamo il parafulmine delle tensioni e del malessere sociale. La repressione non basta, bisogna andare alla radice del problema, dice il presidente dell’Ordine
OSSIGENO 31 marzo 2026 – Il presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, Carlo Bartoli, ha pronunciato questo intervento il 24 marzo 2026, alla Casa del Jazz di Roma, al convegno “Ottomila giornalisti minacciati. Naufraghi dell’Informazione. Come li aiutiamo?” leggi.
di Carlo Bartoli – Innanzi tutto ringrazio Ossigeno per l’Informazione per la sua attività continua ed importante di monitoraggio, di attenzione, di scavo sul fenomeno delle intimidazioni e delle minacce ai giornalisti, un fenomeno che determina la più forte limitazione della libertà di informazione nel nostro paese. I dati del Rapporto annuale sulle intimidazioni del 2025 che ci sono stati mostrati evidenziano, dal punto di vista quantitativo, un incremento che noi avevamo percepito anche a livello epidermico a partire dal periodo del Covid. Da una situazione di sofferenza sociale importante è nata un’esplosione di atti di vario tipo: intimidazioni, minacce, violenze e in maniera abbastanza diffusa.
Fra i dati che avete mostrato, c’è una diapositiva che secondo me rappresenta il nocciolo della situazione, quella che mostra la provenienza degli atti intimidatori contro i giornalisti. Il 45% ha una provenienza sociale e il 29% ha una provenienza da istituzioni pubbliche. Questo dice che nel nostro paese non c’è la cultura diffusa in difesa dell’informazione che dovrebbe esserci. Questa cultura è assente. È invece diffusa la convinzione che il giornalista sia il rappresentante del potere, il suo difensore, la persona nei confronti della quale è corretto, è giusto, è lecito sfogare le proprie frustrazioni, l’insoddisfazione per la propria situazione personale. Quindi nel nostro paese c’è un problema diffuso riguardo al riconoscimento che il lavoro giornalistico dovrebbe avere, per l’importanza della funzione pubblica che svolge e per la protezione che merita.
Evidentemente, nell’immaginario collettivo, o comunque in una parte importante della società, i giornalisti non sono percepiti come i cani da guardia della democrazia. Piuttosto rischiamo di essere identificati come i cani da guardia del potere. Cioè come qualcosa di completamente diverso da quel che i giornalisti sono. La genesi dei principali fatti accaduti illustra questo meccanismo che si è instaurato. La nostra categoria professionale è stata messa nel mirino in varie occasioni e in maniera generale, generica e diffusa dai rappresentanti delle istituzioni. Cerco di essere più chiaro. Nel 2020, quando c’è stata la pandemia da Covid i giornalisti hanno dato conto anche di una diversa sensibilità che c’era nel paese, senza tuttavia dare dignità a teorie fantascientifiche. C’erano anche persone che non erano d’accordo sui vaccini. Dal nostro punto di vista era importante rappresentare anche questa realtà, sentire le motivazioni addotte. E cosa è successo? Da una parte siamo stati accusati di dare voce, quasi credibilità, ai critici e non di fare il nostro lavoro. Dall’altra parte, siamo stati presi a botte in più occasioni da quelli che non volevano le vaccinazioni. Siamo l’anello di congiunzione fra queste due parti e su di noi si sono scaricate tutte le tensioni. Lo stesso è accaduto nel 2023 quando è cominciata la guerra in Ucraina. È stato contestato il fatto che il giornalista potesse scegliere i propri interlocutori da intervistare. Non c’era nessun tentativo di giustificare l’invasione russa, c’era e c’è nella nostra professione la necessità di rappresentare i vari punti di vista per dare modo ai cittadini di farsi un’idea.
Per quanto riguarda la situazione in Israele, a Gaza, c’è stato addirittura un convegno vergognoso al CNEL in cui non sono state messe sotto accusa le stragi di civili, gli omicidi, anche di centinaia di giornalisti, la situazione di emergenza umanitaria che si era verificata. Sono stati messi sotto accusa i giornalisti, come se lì in Israele il punto fosse come i giornalisti italiani rappresentavano quanto accadeva. Peraltro, lo rappresentavano in maniera certo non difforme da quello di tutti gli altri paesi. Questa critiche poi sono sfociate in una strategia di contestazione deontologica dei giornalisti, anche quantitativamente importante, con la presentazione di esposti a catena contro tantissimi nostri colleghi, direttori di testate, inviati, applicando questa equazione: ti sei occupato del problema dei palestinesi? Quindi sei un anti-sionista, contribuisci a mettere in pericolo lo stato di Israele. Una di queste denunce ha riguardato proprio me. Sono stato deferito pure io durante questa azione che è stata sistematica, con decine e decine di iniziative di questo genere.
Come valutare tutto ciò? Le intimidazioni, le violenze, le minacce contro i giornalisti ci sono sempre state, bisogna essere onesti e riconoscere che l’attività del Ministero degli Interni è molto attenta su questo fronte. In qualche caso ci può essere stata qualche errata valutazione, ma onestamente c’è stata sempre molta attenzione e anche grande tempestività. Quindi ciò che è venuto fuori è questo: non è più sufficiente intervenire solo con la repressione del fatto intimidatorio, bisogna andare alla radice. Per chiedere questo noi dell’Ordine dei Giornalisti abbiamo fatto una serie di iniziative, prima al nostro interno, poi all’esterno. Abbiamo invitato Sigfrido Ranucci. Abbiamo invitato il direttore de La Stampa prima ancora dell’aggressione alla redazione di Torino. Poi abbiamo avviato una serie di iniziative di cui ancora non si è vista la parte principale, che deve venire, per porre le istituzioni di fronte alle proprie responsabilità, perché deve passare nel paese un’altra narrazione su che cos’è il lavoro giornalistico. Siamo stati ricevuti dal presidente della Camera, siamo stati ricevuti dal presidente del Senato, siamo stati ricevuti dal presidente della Repubblica Mattarella. A tutti loro abbiamo consegnato il dossier su questi fenomeni intimidatori. Tutti hanno manifestato interesse, hanno concordato sulla necessità di sviluppare una riflessione approfondita su questi temi. Il presidente della Camera è stato particolarmente solerte perché nel giro di una settimana o poco più ha realizzato un convegno che si è tenuto a Montecitorio nella Sala della Regina, che è la sala più importante della Camera dei deputati e a cui lui ha partecipato e ha presenziato, non si è limitato a un breve saluto.
Vogliamo mettere le istituzioni di fronte alle proprie responsabilità. Il giornalismo va difeso. Se non si inizia da qui, ogni strategia di repressione, di protezione sarà comunque tardiva perché ci sarà sempre un nuovo caso e i casi aumentano. Dobbiamo far passare nel paese questa idea: non è accettabile che si sfoghino le proprie frustrazioni, le proprie difficoltà prendendo di mira un giornalista. Siamo in una situazione che richiede una presa d’atto, una presa di coscienza, una presa di coscienza anche nostra interna, di noi giornalisti. I giornalisti, tutti i giornalisti devono capire, sapere ed essere coscienti del fatto che gli attacchi intimidatori non possono essere tollerati senza reagire. Occorre denunciarli sempre, rivolgendosi alle istituzioni, alla forza pubblica, alla polizia, ai carabinieri, perché questo clima va stroncato, va stroncato sul nascere. Noi giornalisti, peraltro, non siamo la sola categoria che subisce attacchi e violenze ingiustificabili. Nel mirino ci sono altre figure professionali: medici, infermieri, insegnanti. Tutte figure che si trovano a fare da parafulmine rispetto alle tensioni e al malessere sociale che serpeggia ed esplode spesso in maniera del tutto inattesa, incomprensibile e colpisce in maniera del tutto incolpevole le persone che sono prese di mira. C’è la necessità di un cambio di mentalità e anche la necessità di costruire delle alleanze fra queste figure professionali: un infermiere o un medico che si trova a cercare di salvare una vita e viene aggredito, preso a botte, a seggiolata in testa, un insegnante che dà un cinque in matematica e viene atteso dai genitori fuori la scuola, se non direttamente dal ragazzo… Se non ci sarà questo cambio di mentalità nel paese, dovremo limitarci a fare solo la contabilità di questi tristi fenomeni. ASP


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