Il nostro lavoro è sempre più difficile, dice la cronista aggredita a Padova
Serenella Bettin descrive il giornalismo come un campo minato, con rischi che negli ultimi anni sono aumentati per chi deve raccontare i fatti
OSSIGENO 7 marzo 2026 – La sera del 18 febbraio scorso, nei pressi della stazione ferroviaria di Padova, un uomo ha aggredito la giornalista Serenella Bettin, l’operatore Carlo Brotto e un terzo componente la troupe della trasmissione Mediaset ‘È sempre Cartabianca’, condotta da Bianca Berlinguer. La troupe aveva appena fatto intervistare riprese per un servizio giornalistico sulla povertà e i clochard la notte dormono per strada in quella zona. L’aggressore ha dato calci e pugni all’operatore e ha aggredito anche la giornalista che però è riuscita a evitare violenze perché alcune persone l’hanno difesa fino all’arrivo della polizia che ha fermato l’aggressore e lo ha portato in questura per l’identificazione.
L’Odg e l’Assostampa del Veneto hanno apprezzato il tempestivo intervento delle forze dell’ordine e hanno definito insostenibile la condizione di rischio in cui lavorano i cronisti. “Non può diventare normale lavorare sotto minaccia. La libertà di stampa – hanno dichiarato – si difende anche garantendo sicurezza a giornaliste e giornalisti impegnati sul campo”.
CRONISTA DI SE’ STESSA – “Fare il nostro lavoro sta diventando ogni giorno sempre più difficile”, ha commentato la giornalista, che diventando una brava cronista di sé stessa, ha ricostruito i fatti su Facebook con un post che va oltre la descrizione degli eventi. Ha raccontato la paura e l’amarezza che ha provato. Ha riflettuto sui rischi crescenti a cui è esposto chi fa il suo lavoro, quello di andare in mezzo alla gente per raccontare ciò che accade. Il giornalismo è diventato un campo minato, ha detto e, ringraziando gli agenti della polizia che l’hanno aiutata in queste altre circostanze, ha parlato anche dei loro problemi, del fatto che “lavorano in condizioni per le quali risulta impossibile tenere sotto controllo un territorio problematico che già soffre di suo”.
IL RACCONTO DI SERENELLA -“Sta diventando sempre più difficile fare il nostro lavoro. Sempre più difficile – ha scritto Serenella Bettin -. Questa sera (il 18 febbraio, ndr) stavo girando un servizio a Padova in zona stazione. Quando a un tratto ci hanno aggredito. Un servizio sulla povertà e sulle centinaia di clochard che ogni notte dormono per strada al freddo e al gelo. Ci sono anche queste persone. E sono sempre di più. Tra cui molti italiani con cui ho parlato. Il servizio verteva prevalentemente sulle loro storie e sulla macchina della solidarietà che ruota attorno ai senzatetto. Un servizio tranquillo. Apparentemente tranquillo, dato che quando hai a che fare con la sofferenza niente è tranquillo. Dove c’è sofferenza, c’è disperazione. Un servizio tranquillo ma non leggero. Uno di quei servizi che ti entrano dentro. Che ti lasciano il peso addosso. Macigni sul collo e sullo stomaco. Te li porti appresso di notte quando vai a dormire. La mattina quando ti svegli. Un servizio girato grazie ad alcuni volontari medici che ci hanno accompagnato. Avevamo quasi concluso, quando una persona spuntata all’improvviso, ci ha detto di abbassare la telecamera”.
“Vedevo – ha aggiunto Serenella Bettin – che la persona era particolarmente agitata. E le ho fatto cenno di star tranquilla. Il cameraman prontamente ha abbassato l’obiettivo, ma nonostante questo, l’uomo gli si è scagliato contro. Dapprima ha messo le mani addosso alla telecamera anche se in quel momento era bassa. E poi ha aggredito fisicamente l’altro operatore. Calci e pugni. Un pugno in pieno volto scagliato con la forza di un missile. Poi si è voltato e ha puntato su di me. Ha visto che avevo un microfonino in mano e lentamente avanzava per cercare di togliermelo. Gli ho detto: ‘Stai calmo. Stai calmo. Ce ne andiamo. Calma. Calma. Non abbiamo ripreso nulla, tu non ci sei in camera’. Ma lui niente. Più io indietreggiavo e più lui avanzava verso di me. Alla fine se non era per qualcuno che interveniva, poteva andare molto peggio. L’uomo poi ha tentato di scappare, camuffandosi, ma gli agenti della polizia di Stato l’hanno raggiunto e l’hanno fermato. È stato portato in questura. Identificato e denunciato.
“Quando sono tornata a casa, ci sono tornata con tanto amaro in bocca. Tanto. Fare il nostro lavoro sta diventando ogni giorno – soprattutto negli ultimi anni – sempre più difficile. Ci avevano detto che questo era il Governo della sicurezza e la sicurezza è diminuita. Non ce n’è. Gli agenti della Polfer sono arrivati subito ma sono pochi. Lavorano in condizioni per le quali risulta impossibile tenere sotto controllo un territorio problematico che già soffre di suo.
“Ci hanno scortato perché questo soggetto ha vari precedenti ed è molto pericoloso. Eppure è ancora libero. Le ho viste questa sera operare le forze dell’ordine. Le vedo quando faccio questi servizi in giro che mi lasciano sempre così tali macigni addosso. Sono pochi. Hanno pochi mezzi. Prendono stipendi da fame per rischiare la vita ogni notte sulle strade. Se questa sera quella persona avesse avuto un coltello – era questo il mio terrore in quel momento – ecco se quella persona avesse avuto un’arma, avrebbe potuto colpire chiunque. E sarebbe finita veramente male. Una volta quando facevo i servizi da sola sugli immigrati, la stampa era considerata come una persona amica, perché arrivava, raccontava, faceva sapere al mondo.
“Ora, complici le delegittimazioni che i giornalisti ricevono ogni giorno, no. La stampa si può attaccare. Si può offendere. Si può violentare. Si può assalire. Un giornalista lo puoi aggredire. Lo puoi sfottere. Lo puoi deridere. Lo puoi minacciare. Querelare. (Ah il tipo ci ha detto: io vi ammazzo). A un giornalista puoi fare di tutto. Gli puoi anche sputare. Se è una donna le puoi anche dare della put**na. Lo puoi anche censurare, perché quando l’informazione non circola libera è il potere che avanza.
“Ormai il giornalismo è diventato un campo minato. Ovunque vai hai bisogno di permessi, autorizzazioni, controlli su controlli. Questo non lo puoi scrivere. Questo non lo puoi riprendere. Quell’altro non lo puoi dire. “Mi raccomando nessun fuori onda”. Devi passare tramite l’ufficio stampa. Le intercettazioni non le puoi pubblicare. Gli atti non li puoi avere. Per avere informazioni devi chiamare il nostro responsabile. Se vai in giro e hai una telecamera automaticamente – anche se non stai facendo niente e credetemi stasera non stavamo facendo niente – diventi un bersaglio. Forse è arrivato il momento di capire che Paese vogliamo diventare. In che direzione vogliamo andare. Se siamo disposti a combattere perché esista ancora la stampa libera, o se accettiamo passivamente che questa possa essere oggetto di censura e di violenza”. LT


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