Intimidazioni ai giornalisti anche con denunce per violazione dei doveri deontologici
Si segnala un incremento del numero di questi esposti che gli ordini regionali generalmente archiviano in quanto infondati
OSSIGENO 12 marzo 2026 – Sembra si stia affacciando un nuovo strumento (non nuovissimo né inedito) nel bagaglio degli strumenti più usati per tentare di intimidire i giornalisti che si impicciano troppo dei fatti altrui – specificamente dei potenti – o che esprimono idee, analisi, opinioni, giudizi non graditi.
Il nuovo strumento intimidatorio è l’esposto-denuncia presentato al Consiglio di disciplina del competente Ordine regionale dei giornalisti contro l’autore di articoli o di interventi sui social, per accusarlo strumentalmente di violazione delle regole deontologiche. Questi esposti non sono una novità, certo, ma ora si segnala un incremento del numero di questi esposti che tuttavia – nella generalità dei casi – i Consigli, dopo accurate istruttorie condotte secondo i canoni di legge, archiviano giudicando le accuse infondate.
L’incremento nell’impiego a fine intimidatorio di questi esposti è cominciato in relazione alle notizie sul conflitto scatenato dallo Stato di Israele contro i palestinesi di Gaza e della Cisgiordania, che ha fatto seguito ai tragici fatti del 7 ottobre, e all’alzarsi della temperatura politica in coincidenza del referendum costituzionale sui (o contro?) magistrati. L’aggressione di Israele e Stati uniti all’Iran probabilmente concorrerà a far aumentare ancora la polarizzazione delle posizioni personali e di conseguenza gli esposti-denuncia per comportamenti ritenuti contrari alla deontologia professionale.
Sembra scontato però che la linea di condotta seguita dai Consigli di disciplina resterà rigorosa e ciò condurrà alla motivata archiviazione di gran parte degli esposti. Ma resta il fatto che questo strumento intimidatorio adesso si affianca agli altri analoghi, ben più inquietanti e lesivi messi in campo da tempo per intimidire e tentare di fermare la mano e il cervello del giornalista che scrive cose sgradite. Il catalogo è ampio: la querela per diffamazione, la causa civile per risarcimento danni da diffamazione, la denuncia alla magistratura perché identifichi le fonti dei giornali e dei giornalisti d’inchiesta, i procedimenti per concorso in rivelazioni di segreti e per ricettazione. Senza contare che molti altri ritengono sia meglio andare per le spicce, minacciare, usare violenza, diffidare, picchiare i cronisti (per loro) scomodi, per impedire di conoscere la verità su fatti di interesse pubblico.
E il futuro non si prospetta migliore. Nella Commissione Giustizia del Senato dall’inizio di questa legislatura (come già avvenuto in altre legislature) c’è un disegno di legge sulla diffamazione a mezzo stampa che non muove un passo da quasi un anno e mezzo. Il testo è quello del senatore Balboni, esponente di Fratelli d’Italia. Propone norme che – se fossero approvate – peggiorerebbero la già non brillante condizione del giornalismo e dei giornalisti italiani.
In quel disegno di legge c’è qualcosa di nuovo e altamente pericoloso, che ha il sapore della vendetta contro la libertà di stampa. Si tratta dell’introduzione dell’interdizione della professione per chi è giudicato colpevole di diffamazione a mezzo stampa (“la pena accessoria dell’interdizione dalla professione di giornalista per un periodo da un mese a sei mesi”); e dell’introduzione del deferimento all’Ordine dei giornalisti perché lo punisca anche sotto il profilo deontologico (“Con la sentenza di condanna il giudice dispone la trasmissione degli atti al competente ordine professionale per le determinazioni relative alle sanzioni disciplinari”).
Contro queste proposte, che la maggioranza parlamentare pro tempore potrebbe far diventare legge, dovrebbe levarsi unanime e potente la voce dei giornalisti, una categoria divisa, sotto schiaffo, certamente non amata dall’opinione pubblica, ma che svolge una professione indispensabile in una democrazia degna di essere definita tale. GFM


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