Editoriale

La crisi del giornalismo d’inchiesta e il fiorire delle notizie già pronte

Da decenni gli editori puntano tutto sulla raccolta pubblicitaria sottraendo spazio e risorse alle notizie sui vizi del potere

OSSIGENO 5 febbraio 2026 – Il giornalismo d’inchiesta è sempre meno presente sui giornali italiani per scelte editoriali che privilegiano le notizie che affiorano in superficie più o meno spontaneamente. Queste scelte lasciano poco spazio agli scandali, alla corruzione e ad altre informazioni che sono di grande interesse pubblico ma hanno il difetto di richiedere più spese e lavoro, rischiano di danneggiare i rapporti con gli inserzionisti e i finanziatori e potrebbero costringere a difendere in tribunale il legittimo esercizio del diritto di informazione. Rischio alto e costoso, in un paese in cui ogni anno si celebrano diecimila nuovi processi per diffamazione
a mezzo stampa.
Tutto ciò riduce la qualità del ‘prodotto’ giornale, ed è una delle ragioni per cui si vendono sempre meno giornali. Una ragione che si somma al fatto che molte notizie dei giornali si possono leggere gratis in rete. Ci vorrebbero editori indipendenti e scelte editoriali coraggiose per introdurre innovazioni alternative rispetto a quelle che dagli Anni Settanta monopolizzano gli investimenti destinandoli ad aumentare gli spazi pubblicitari. Allora si cominciò passando alle rotative a colori, costringendo anche i piccoli giornali a indebitarsi
per mettersi al passo, per pubblicare supplementi variopinti che contengono molta pubblicità e poche notizie. Dopo i supplementi, le forme di pubblicità impropria basate su convenzioni con soggetti pubblici e privati che chiedono attenzione e riguardi, hanno reso ancora più severo il controllo dei contenuti, spingendo a evitare ogni informazione critica sugli inserzionisti e i convenzionati. In questa situazione il giornalismo d’inchiesta sopravvive in alcuni coraggiosi programmi televisivi, nei libri, in alcuni notiziari online editi dagli stessi giornalisti. Una miniera di importanti notizie – strettamente sorvegliate ma conoscibili, come ha mostrato
la vicenda di Julian Assange – rimane inesplorata.  Alberto Spampinato

Questo testo è tratto dal Dossier UNCI 2026 dal titolo “Chi ha paura del giornalismo investigativo?” ideato e curato da Fabrizio Cassinelli e realizzato da Gruppo Cronisti Liguri – Gruppo Cronisti Lombardi – Gruppo Cronisti Lucani –  Gruppo Cronisti Piemontesi – Sindacato Cronisti Romani – Gruppo Cronisti Siciliani – Il Dossier si può leggere a questo link  – Contiene i seguenti interventi:

Luciano Fontana, ‘Nessuno dovrebbe aver paura del giornalismo d’inchiesta’
Sigfrido Ranucci, ‘Il rischio dell’oblio di Stato’
Francesco Cancellato, ‘Io ho paura del giornalismo d’inchiesta’
Emiliano Fittipaldi, L’Antimafia e l’inchiesta ‘distorsione del dibattito pubblico’
Nello Scavo, ‘Menzogna di Stato, il peggior nemico dei giornalisti’
Stefano Vergine, ‘La caccia alle fonti cambia le regole del gioco’
Fabrizio Peronaci, ‘Il Caso Orlandi e il giornalismo muckrakers’
Nicoletta F. Prandi, ‘I video con l’IA e il pericolo della contraffazione delle fonti’
Giulio Cavalli, ‘Global Sumud Flotilla, il successo mediatico del 2025’
Massimo Alberizzi, ‘Africa: moltissimi interessi, pochissime inchieste’
Stefano Ferrante, ‘L’informazione che piace ai potenti’
Giuseppe Giulietti, ‘Regimi di diverso colore ma stesso odio per l’informazione’

Andrea Garibaldi, ‘Tutto il giornalismo è d’inchiesta’
Alberto Spaminato, ‘Il giornalismo delle notizie che affiorano’
Claudio Scarinzi, ‘Le inchieste? Oggi decide il commerciale’

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