Memoria

Antonio Russo ucciso in Georgia 22 anni fa: disse dove andava Putin

Fu torturato. Ossigeno pubblica alcune sue corrispondenze da Tblisi. Il direttore di Radio Radicale ricorda come lavorava 

OSSIGENO 14 ottobre 2022 – Ventidue anni fa , il 16 ottobre 2000, fu ucciso in Georgia l’inviato di Radio Radicale, Antonio Russo. Aveva quarant’anni. Si trovava in Georgia, dove da mesi seguiva il conflitto in Cecenia, iniziato nell’agosto del 1999 e combattuto dall’esercito della Federazione russa per riottenere il controllo dei territori conquistati dai separatisti ceceni. Il corpo senza vita di Antonio Russo fu rinvenuto vicino a Tblisi. Aveva chiari segni di tortura. Le inchieste sulla sua morte, una a Roma e un’altra in Georgia, non sono riuscite a stabilire come e da chi fu ucciso.

CHI ERA – Antonio Russo era un cronista freelance. Dal 1995 in poi aveva seguito per Radio Radicale le varie crisi che colpivano i Balcani e l’Est Europa. Documentava le conseguenze dei conflitti: andava a casa dei civili e condivideva i loro drammi personali, sociali e politici. In Kosovo fu l’unico cronista italiano rimasto per dare voce al massacro in atto, dopo che, il 24 marzo 1999, con l’inizio dei bombardamenti della Nato contro la Serbia guidata da Milosevic, il governo di Belgrado caldeggiò il ritiro di tutte le componenti internazionali.

La sua storia è ricostruita su Ossigeno – Cercavano la verità (giornalistiuccisi.it) che, in occasione di questo anniversario ripropone, in trascrizione, sei corrispondenze radiofoniche scelte tra quelle che Antonio Russo ha realizzato per far conoscere  la guerra di VladimirPutin in Cecenia. Gli audio originali, digitalizzati nel 2020, sono conservati nell’archivio di Radio Radicale e accessibili a tutti. Leggi QUI le corrispondenze

LA GUERRA DI PUTIN IN CECENIA – In Cecena l’inviato aveva intessuto una rete di contatti con la gente del posto. Queste fonti dirette permettevano, attraverso la voce del cronista, di conoscere fatti e violenze celati dai media russi ma anche dalla maggior parte degli organi di informazione occidentale. “Devo sottolineare un fatto – racconta, ad esempio, nel radio-collegamento del 28 luglio 2000 – cioè che, rientrato qui a Tbilisi dopo l’ultima missione di circa tre mesi fa, gli amici ceceni mi hanno immediatamente rintracciato. Ormai si è instaurato un rapporto di amicizia e anche di fiducia, forse per il modo con cui noi (di Radio Radicale, ndr) cerchiamo di lavorare”. “Fra i vari silenzi – dice successivamente – c’è quello dei profughi e delle persone che non sono potute stare più in Cecenia e sono diasporizzate in Daghestan, Inguscezia, Georgia. Io sto seguendo personalmente un caso di un ragazzo malato di tubercolosi, fortunatamente all’inizio, del quale me ne sono preso carico”. Leggi QUI le corrispondenze

ALESSIO FALCONIO – Il direttore di Radio Radicale, Alessio Falconio, incoraggia l’iniziativa di Ossigeno e, in riferimento all’ennesimo conflitto in corso sottolinea che in questi mesi “sarebbe stato certamente importante ascoltare la voce di Antonio dall’Ucraina, come è stato fondamentale sentirla dalla Pristina rastrellata dall’esercito serbo e senza più giornalisti occidentali presenti, tranne lui. Non è facile dire come e cosa racconterebbe oggi. Sappiamo però come ha raccontato per Radio Radicale la guerra che sempre la Russia del dittatore Vladimir Putin ha condotto oltre 20 anni fa contro il popolo ceceno. Per questo la sua uccisione, per mano di chi non voleva che continuasse ad illuminare quel massacro, ci interroga tutti sul perché l’Italia e l’Unione Europa abbiano nel frattempo continuato a considerare il regime putiniano un interlocutore affidabile, al punto da farne il nostro principale fornitore di gas e, prima ancora, un potenziale partner strategico militare e politico”.

“Le uccisioni di Antonio Russo nel 2000 e 6 anni dopo di Anna Politkovskaja, ai cui funerali l’unico politico occidentale presente fu Marco Pannella, ci interrogano sul perché negli anni a seguire non si sia fatto nulla affinché ci fosse anche un solo briciolo di verità giudiziaria sull’omicidio di un giornalista italiano, di un radicale-giornalista. Se le corrispondenze e l’uccisione di Antonio Russo ci hanno fatto capire cosa era già allora e cosa sarebbe diventata la Russia di Vladimir Putin, l’inazione che ne è seguita ci dice come siamo stati noi Italia Nato e UE, almeno fino a pochi mesi fa: immobili di fronte al massacro dei ceceni, immobili di fronte all’invasione russa della Georgia, immobili di fronte all’invasione e all’annessione russa della Crimea. Dobbiamo far tesoro del suo lavoro. Antonio Russo ci ha innanzitutto mostrato e dimostrato che di fronte all’aggressione militare di un paese nei confronti di un altro paese è illusorio pensare di risolvere tutto voltandosi dall’altra parte in nome dei nostri interessi, del chi ce lo fa fare. Lo dimostra proprio la guerra di aggressione russa all’Ucraina”, conclude Alessio Falconio.

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