Giornalismo d’inchiesta. Perché oggi è debole di fronte alle querele

Freelance e piccoli giornali non hanno i mezzi per processi lunghi e costosi – Per loro il processo stesso è la sanzione – Le SLAPP

OSSIGENO 4 febbraio 2025 – di Andrea Di Pietro* – Quando parliamo di giornalismo di inchiesta in Italia, è necessario fare subito una precisazione preliminare. Non stiamo parlando soltanto di una professione in difficoltà economica. Stiamo parlando di una funzione essenziale della democrazia che si trova a operare in condizioni strutturalmente fragili.
E questo dato, da giurista, non può essere ignorato.

Il giornalismo di inchiesta continua a svolgere un ruolo centrale nel controllo del potere, nella denuncia degli abusi, nella tutela dell’interesse pubblico. Tuttavia, lo fa in un contesto profondamente mutato rispetto a quello per il quale il nostro sistema giuridico è stato pensato. Il diritto dell’informazione, così come è stato costruito nel tempo, presupponeva un giornalismo stabile, organizzato, dotato di strutture di protezione interne. Oggi, sempre più spesso, questa presunzione non corrisponde alla realtà.

Una parte rilevantissima dell’inchiesta giornalistica nasce oggi da freelance, collaboratori esterni, piccoli organi di stampa, realtà locali. Giornalisti che lavorano spesso in solitudine, con risorse limitate, senza un ufficio legale alle spalle. E tuttavia, il rischio giuridico che affrontano è identico, se non superiore, a quello che affrontavano i grandi giornali del passato.
Questo scarto tra realtà e diritto è uno dei nodi centrali del problema.

In questo contesto si colloca il tema delle minacce all’indipendenza dei giornalisti. Quando si parla di minacce, il dibattito pubblico tende a concentrarsi sulle forme più evidenti: le aggressioni, le intimidazioni fisiche, le minacce dirette. Sono fenomeni reali, gravi, e non vanno mai sottovalutati. Ma oggi la minaccia più diffusa, più efficace e anche più difficilmente percepibile è un’altra. È la minaccia legale.

Il ricorso allo strumento giudiziario è diventato, negli anni, uno dei principali mezzi di pressione nei confronti dell’informazione. Non perché il diritto sia, in sé, uno strumento illegittimo. Ma perché può essere utilizzato in modo distorto. Attraverso querele, cause civili, richieste risarcitorie sproporzionate, il processo diventa un mezzo per scoraggiare, per intimidire, per isolare.

Qui è importante soffermarsi su un concetto che la giurisprudenza europea ha chiarito molto bene: l’effetto paralizzante, il cosiddetto chilling effect. Non è necessario arrivare a una condanna per limitare la libertà di stampa. È sufficiente creare un clima di incertezza, di paura, di rischio permanente. Un clima in cui il giornalista si chiede, prima ancora di scrivere, se ne varrà la pena.

È in questo quadro che si inserisce il fenomeno delle querele temerarie, note a livello internazionale come SLAPP. Le SLAPP non sono semplicemente querele infondate. Sono azioni giudiziarie che hanno una finalità diversa da quella dichiarata. Formalmente, tutelano la reputazione. Sostanzialmente, mirano a ristabilire un rapporto di forza. Mirano a far capire che indagare ha un costo.

I dati disponibili ci dicono che l’Italia è uno dei Paesi europei più colpiti da questo fenomeno. Ma il dato più significativo riguarda le vittime. Non si tratta prevalentemente di grandi firme o di testate potenti. Si tratta di giornalisti locali, freelance, blogger. Soggetti che non hanno la forza economica e organizzativa per sostenere procedimenti lunghi e complessi.
Questo è un elemento che dovrebbe interrogare profondamente il legislatore.

Nella mia esperienza professionale ho assistito a numerosi procedimenti conclusi con archiviazioni, assoluzioni, rigetti delle domande risarcitorie. Ma ho anche visto cosa produce un processo che dura anni nella vita di una persona. Ed è qui che emerge una verità scomoda: nel diritto dell’informazione, spesso, il processo stesso diventa la sanzione. Il tempo, il costo economico, lo stress psicologico diventano strumenti di pressione più efficaci di una condanna.

A livello europeo, il tema è finalmente entrato nell’agenda politica. La direttiva anti-SLAPP rappresenta un passo importante, perché riconosce ufficialmente l’esistenza del problema. Tuttavia, si tratta di uno strumento ancora limitato, sia per ambito di applicazione sia per efficacia. E soprattutto non risolve il problema strutturale italiano: l’assenza di un filtro iniziale realmente efficace contro le azioni manifestamente infondate.

A questo punto, la domanda che inevitabilmente si pone è: come ci si difende? E qui è fondamentale chiarire che la difesa non inizia con la querela. Inizia molto prima. Inizia dal metodo di lavoro giornalistico. Inizia dalla cura delle fonti, dalla verifica dei fatti, dalla distinzione rigorosa tra ciò che è accertato e ciò che è opinione. Inizia dal rispetto dei criteri del diritto di cronaca che la giurisprudenza ha elaborato nel tempo.

Detto questo, è altrettanto importante essere realistici. Anche il giornalista più scrupoloso può essere querelato. Per questo è essenziale sapere cosa fare dopo la pubblicazione. La reazione istintiva, emotiva, spesso peggiora la situazione. Risposte affrettate, cancellazioni, dichiarazioni non ponderate possono trasformarsi in elementi problematici sul piano difensivo. La tempestiva assistenza di un legale esperto in diritto dell’informazione non è un optional, ma una necessità.

In questo scenario assume un ruolo centrale il sistema delle organizzazioni di tutela. In un ordinamento ideale, lo Stato dovrebbe garantire una protezione effettiva ai giornalisti che svolgono una funzione di interesse pubblico. Nella realtà, questa protezione è spesso insufficiente. Ed è per questo che realtà come Ossigeno per l’Informazione svolgono un ruolo essenziale. Il monitoraggio delle minacce, l’assistenza legale, il supporto economico non sono semplici servizi, ma strumenti di salvaguardia democratica.

Nessun giornalista dovrebbe affrontare una querela temeraria da solo. L’isolamento è il principale alleato di chi utilizza il diritto come arma. Le reti di tutela non eliminano il rischio, ma lo rendono affrontabile.

Avviandoci alle conclusioni, credo sia importante ribadire un concetto di fondo. Difendere il giornalismo non significa difendere una categoria professionale. Significa difendere il diritto dei cittadini a essere informati. Ogni volta che un’inchiesta viene fermata, ogni volta che un giornalista rinuncia a pubblicare per paura, non perdiamo soltanto una notizia. Perdiamo un pezzo di democrazia.

La libertà di stampa raramente muore con atti clamorosi. Muore lentamente, attraverso una molteplicità di procedimenti giudiziari formalmente legittimi ma sostanzialmente intimidatori. È per questo che il tema delle querele temerarie non è un tema tecnico per addetti ai lavori. È un tema costituzionale, politico, democratico. E finché non verrà affrontato in modo strutturale, la difesa della libertà di informazione continuerà a gravare sui singoli giornalisti, sugli avvocati che li difendono e sulle organizzazioni che li sostengono. Una responsabilità enorme. Ma oggi, purtroppo, inevitabile. ADP

*L’Avvocato Andrea Di Pietro è il coordinatore dello Sportello Legale di Ossigeno

 

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