Editoriale

Il caso Andolfatto e la punta dell’iceberg

Perché molte minacce ai giornalisti rimangono fuori dalle statistiche di Ossigeno. Quante sono. Perché è difficile documentarle e renderle note

Per chiarire quanto sia esteso il fenomeno delle minacce e delle intimidazioni nei confronti dei giornalisti italiani, diciamo sempre più spesso che Ossigeno per l’Informazione, attraverso il suo Osservatorio,  è in grado di vedere e descrivere soltanto la punta dell’iceberg. Nei suoi dieci anni di attività, Ossigeno ha accertato e descritto oltre tremila episodi. Molte altre minacce e intimidazioni sono rimaste inedite, invisibili, come la parte sommersa dell’iceberg. Se si riuscisse a conteggiarle tutte si arriverebbe a cifra enormi. Molti non riescono a crederci e ciò rende difficile chiedere e ottenere quegli interventi che sarebbero necessari e urgenti. Perciò non è tempo sprecato cercare di convincere gli scettici.

L’impresa è ardua, ma la realtà ci soccorre fornendo argomenti incontestabili ed esempi che aiutano a spiegare. Certamente aiuta il caso, davvero allarmante, della giornalista Monica Andolfatto, che riferiamo a parte leggi.

Questa giornalista non può essere sospettata di aver cercato le luci della ribalta. Lei probabilmente, a suo tempo, aveva avuto sentore del malanimo suscitato dai suoi articoli, ma non ne aveva parlato. E si astiene dal parlarne apertamente anche oggi che, dopo dieci anni, la vicenda è divenuta di dominio pubblico, perché le indagini giudiziarie l’hanno fatta conoscere a tutti.

La vicenda è questa: un imprenditore del Veneto, ora arrestato per i rapporti con gli ambienti mafiosi della regione, aveva progettato un attentato contro di lei, rea di aver scritto proprio di quei suoi rapporti. L’attentato non fu eseguito, perché la persona che aveva ricevuto l’incarico di sparare fu arrestata per altri motivi e prima che potesse eseguire il mandato.

E’ accaduto, ma non si è saputo per dieci anni. Ed è soltanto una delle tante fattispecie di episodi accaduti in questi dieci anni, ma non conosciuti e non contabilizzati dall’Osservatorio Ossigeno. Molti altri episodi sono rimasti ignoti perché Ossigeno, essendo un piccolo Osservatorio, non ha sufficienti risorse per scrutare l’intero orizzonte. Noi diciamo: con poche barche si prendono pochi pesci.

Ci sono anche altre ragioni. Sono molte le minacce e le intimidazioni ingiustificabili che i giornalisti non denunciano, per timore di rappresaglie o semplicemente perché temono di non essere creduti e di essere colpevolizzati, invece di ricevere quella solidarietà che pure sarebbe dovuta. Ovviamente, Ossigeno cerca di convincerli a denunciare, sempre rispettando le scelte personali.

Fra coloro che subiscono in silenzio, sono molti quelli querelati o citati pretestuosamente per danni per diffamazione a mezzo stampa. Spesso, tace anche chi è certo di essere accusato in modo strumentale, con accuse ingiuste o infondate. Ossigeno ne ha incontrati molti. Sono tanti. Lo confermano le statistiche ufficiali del governo sull’andamento dei processi: ogni anno oltre cinquemila procedimenti per diffamazione a mezzo stampa si chiudono con il proscioglimento degli accusati.

Ai 3722 episodi, segnalati da Ossigeno come minacce e intimidazioni inoppugnabili, non sono stati aggiunti quegli attacchi che l’Osservatorio è riuscito a conoscere, ma non a documentare nel modo rigoroso previsto dal suo metodo di monitoraggio. Insomma, non sarebbe difficile comprendere come vanno le cose e convincersi che le stime di Ossigeno non sono incredibili.

ASP

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