Ingrandimenti

La sfida del virus all’identità del giornalismo

di Sergio Baraldi – Accusato sulla Rete di fare una narrazione catastrofista del contagio, il giornalismo deve fare i conti con la necessità di ripensare la propria identità. Sembra l’inizio di un cambiamento della professione presa dalla logica della spettacolarizzazione

Ormai è chiaro che il virus rappresenta una sfida non solo per il Paese ma anche per il giornalismo. Perché la narrazione dei giorni del contagio potrà segnare un’ulteriore fase di delegittimazione del giornalismo, oppure potrà vederlo in parte riabilitato, riconosciuto come la voce della coscienza nazionale nella storia del virus. La ragione risiede nel fatto che sarà la narrazione il processo attraverso il quale potremo rielaborare il trauma, le sue emozioni, e dare un significato a ciò che ci è accaduto. All’inizio del contagio il giornalismo sembrava avere già perso la battaglia. Pochi giorni dopo l’apparizione del virus in un “altrove” che non erano i giornali, vale a dire la Rete e i social, esperti come Giuseppe Granieri, Luca De Biase, Pier Luca Santoro, Massimo Mantellini, Andrea Fontana e alcuni docenti, non avevano risparmiato critiche alla narrazione catastrofica, angosciata e talvolta imprecisa del virus ad opera dei giornali. Non tutti i giornali sono uguali, non tutti hanno raccontato allo stesso modo, ma il giudizio era negativo. A loro si sono aggiunti tanti cittadini, i pubblici connessi di cui parlano gli studiosi, che hanno stigmatizzato con toni duri la rappresentazione del contagio a opera dei giornalisti. Un rifiuto così generalizzato all’esposizione alle informazioni non mi sembra avere precedenti.

Ma è accaduto qualcosa di imprevisto. Forse l‘inusuale convergenza di esperti e cittadini, forse l’avere avvertito salire l’onda del discredito, ha spinto molti giornali e telegiornali a correggere il registro della narrazione, a cambiare il tono di voce del racconto, a rivedere in parte il linguaggio, a contenere il sensazionalismo per un evento che è già sensazionale di suo. Non tutti e non tutti nello stesso modo, ma il giornalismo sembra voler offrire una narrazione più credibile e completa. Che lascia spazio alle passioni di chi lotta contro il virus, dell’Italia che resiste e spera, e restituisce uno status ai competenti finora messi a tacere dalla logica dell’uno vale uno. L’apocalisse ha ceduto spazio al dramma quotidiano, meno eclatante ma più vero; la spettacolarizzazione ha fatto qualche passo indietro a favore di una sobrietà dignitosa ma non meno dolente. È un segnale che non andrebbe ignorato. Potrebbe essere l’inizio di una riflessione del giornalismo sulla lunga egemonia della spettacolarizzazione, che il professore Rolando Marini (1), ha definito come una commercializzazione di seconda fase che ha realizzato una “torsione commerciale del modello economico e nei contenuti”. Secondo il professore Carlo Sorrentino (2) siamo entrati in una “spirale del rumore” prodotta da una “società densa”. La drammatizzazione polarizzante, che il giornalismo pratica da tempo, nelle intenzioni doveva essere la cura al calo di vendite, invece potrebbe rivelarsi la malattia.

La posta in gioco per il giornalismo è rilevante. In un bel libro il professore Paolo Mancini (3) ha definito la posta in gioco come l’argomento a partire dal quale è più semplice prendere una decisione, oggetto e obiettivo del conflitto, che per queste ragioni ha una funzione di indirizzo nell’interpretazione. Definire la posta in gioco, quindi, significa già delineare una possibile prospettiva attraverso la quale guardare. La posta in gioco per il giornalismo oggi sembra la necessità di ridefinire l’identità della professione. Innanzi tutto, torna inaspettatamente in vita la funzione di mediazione del giornalismo. Nella società della disintermediazione la mediazione giornalistica sembrava un tema archiviato. Invece, alla disintermedizione segue una fase di re-intermediazione. Che cos’è la mediazione giornalistica? Il giornalismo si può identificare come la produzione e distribuzione di conoscenze che ci aiutano a comprendere la nostra esperienza nella società. Il giornalismo vive di mediazione. Le informazioni, le idee, le immagini diffuse dai media sono per larga parte del pubblico la fonte per orientarsi nel mondo. Nella società contemporanea la conoscenza first hand, di prima mano, diretta, si riduce sempre più. Mentre la complessità e la differenziazione sociale, spiega la professoressa Bentivegna (4), fanno continuamente crescere la conoscenza second hand, di seconda mano, mediata. È questo il processo che per decenni ha posto i media al centro del processo di costruzione della realtà e dell’agenda politica e sociale. I media si sono frapposti tra noi e l’esperienza del mondo, che si trova fuori dalla nostra osservazione diretta. E sono diventati agenti di socializzazione, talvolta più importanti della scuola, della chiesa, dei partiti, delle associazioni. Questa funzione è sembrata entrare in crisi per l’avvento delle nuove tecnologie di comunicazione, internet e soprattutto i social. Prima ancora, tuttavia, la mediazione aveva perso valore nella società proprio in quanto principio ordinatore tra gli attori che si scambiano informazioni. Il monopolio dei media, che si traduceva nel ruolo di “gatekeepers”, di selezionatori di ciò che è rilevante, di definitori delle priorità (con il potere di includere e escludere), si è incrinato. Nuovi attori sono comparsi sulla scena a fare il medesimo lavoro: la politica, le istituzioni, le imprese, oggi anche le piattaforme. Ma il fatto determinante è stato l’accesso di milioni di cittadini. Gli individui intendono decidere la propria dieta mediale, vogliono prendere parola sull’indicazione della salienza (la definizione di ciò che è importante). I pubblici, spiega il professore Giovanni Boccia Artieri (5), hanno mutato posizione: da oggetti della comunicazione a soggetti. Un cambio di ruolo dovuto sia alle nuove competenze comunicative degli individui, sia al bisogno di protagonismo sociale e visibilità, ma ha un peso l’opposizione a giornali e telegiornali, sempre più considerati con sospetto emittenti che decidono dall’alto in nome dei cittadini senza averne la delega. Non a caso la critica ai giornali si è svolta in un diverso luogo, la Rete, i social, diventati il baricentro della negoziazione del senso comune. La crisi della mediazione giornalistica sembra avvenire in parallelo ad un generale processo di riappropriazione dello spazio pubblico da parte degli individui.

Il contagio così potrebbe avviare un ripensamento dell’identità del giornalismo. Il lavoro tradizionale di mediazione non scompare ma deve cambiare, evolvere verso un diverso modello. In un ambiente comunicativo dove esiste un’enorme abbondanza di informazioni ma anche di disinformazioni, deformazioni, manipolazioni, e nel quale i cittadini hanno un potere di scelta rafforzato, si fa largo una domanda di orientamento. La società è più complessa, più densa, spiega il prof. Sorrentino (2), più difficile da decifrare. Il sovraccarico informativo fa emergere la necessità di una mappa cognitiva, riflessiva che accompagni i lettori in una scelta consapevole. Senza che i giornalisti decidano al posto dei cittadini, secondo l’impostazione pedagogica e di vicinanza alla politica della stampa italiana, ma in una costante interazione con l’audience. La nuova mediazione dovrebbe svolgersi su un piano di pari dignità con i pubblici, che diventano i partner dei giornalisti, il punto di riferimento costante da ascoltare, interpretare, indagare con l’aiuto dei dati. Il giornalismo, cioè, potrebbe ritrovare la missione che sembrava perduta. Ma è una missione che prevede la stipula di un nuovo contratto con lettori titolari di nuovi diritti. In questo quadro viene rivalutata la sfera dell’etica, riprendono vigore obiettivi come l’incremento della fiducia, della capacità di azione e di partecipazione dei cittadini.

Il contagio sarà l’occasione per sperimentare nuovi modelli e disegnare una diversa identità professionale? Il giornalismo è chiamato a mettere in discussione la propria cultura, le proprie pratiche, la propria posizione. Come spiega il professore Sergio Splendore (6) occorre cambiare l’ideologia e i confini della professione, sapendo che il rapporto tra i cambiamenti della tecnologia e il giornalismo, i suoi contenuti, è in relazione ai suoi valori cardine. La posta in gioco, quindi, è la reinvenzione della mediazione. Dovrà essere riconsiderato il business model. I professori Mario Morcellini e Mihaela Gavrila (7) hanno scritto che il modello generalista è entrato in crisi. Ma al centro di un difficile processo di adattamento e mutamento emergono valori quali la responsabilità, la qualità, la credibilità di un giornalismo che deve decidere se essere il soggetto iniziale (anche se non l’unico) che riesce a percepire e decifrare il cambiamento sociale. È il tema che pone Morcellini 8), importante perché lega l’industria culturale alla modernizzazione del Paese. Deve decidere se essere un fattore di frammentazione del Paese o fattore di integrazione, sia pure esprimendo linee culturali e politiche plurali. In questi anni, la logica della spettacolarizzazione, della dammatizzazione, della personalizzazione ha spinto il giornalismo a essere più fattore di frammentazione, al punto che il professore Christian Ruggiero(9) ha scritto di un antigiornalismoparallelo all’antipolitica. Forse il virus offre il momento per ripensare una strategia che non premia neppure in edicola. Forse occorre giocare un nuovo gioco: promuovere una sfera pubblica più trasparente e riflessiva, uno scambio con i cittadini più eguale e autorevole in una società divisa, percorsa da paure e rancori. È il momento di un riassetto della relazione tra giornalismo e sfera pubblica. Del resto, come spiega il professore Marini (10), la sfera pubblica “costituisce l’ambiente entro cui le idee si confrontano e talvolta si scontrano, dando vita all’articolazione del discorso pubblico”. Dove giornalismo e democrazia s’incontrano.

Pubblicato sul sito “Ossigeno per l’informazione”

BIBLIOGRAFIA

1) Rolando Marini, Le cinque esse che deformano l’informazione, Il Mulino, N 504, 2019.

2) Carlo Sorrentino, Di che si parl? Forme e luoghi del discorso pubblico, Il Mulino, N504, 2019 e La società densa, Le Lettere, 2012.

3) Paolo Mancini, La posta in gioco, Carocci, 2003.

4)S.Bentivegna, Mediare la realtà, FrancoAngeli,1994.

5) Giovanni Boccia Artieri, Stati di connessioni, FrancoAngeli, 2012.

6) Sergio Splendore, Giornalismo ibrido, Carocci, 2017.

7) Mario Morcellini Mikhaela Gavrila, Mediaevo vs tecnoevo. Il mondo dei consumi culturali in Il Mediaevo italiano, Carocci, 2015

8) Mario Morcellini, Neogiornalismo, 2011, Mondadori università

9) Christian Ruggiero, La crisi della mediazione politica: politica e quinto potere alla prova dell’identità in M. Morcellini Neogiornalismo, Mondadori Università, 2012

10) Rolando Marini, Mass media e discussione pubblica, Laterza, 2009

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