Memoria

Letizia Battaglia. Gli occhi di chi non può vedere e la verità del giornalismo

La storia professionale della celebre “fotografa della mafia” insegna che i giornalisti non sono soltanto i testimoni degli eventi, sono parte del mondo che osservano

OSSIGENO 15 aprile 2022 – di Sergio Baraldi – da pagina21.eu – La morte di Letizia Battaglia, la fotografa de L’Ora di Palermo, (morta a 87 anni il 13 aprile 2022, ndr) e conosciuta come la fotografa della mafia, è un lutto per il giornalismo, che spinge a riflettere non solo sulla figura di questa donna fuori dal comune, ma anche sul suo lavoro. Che non si limitò alla mafia e ai grandi delitti che insanguinarono Palermo.(…)

Nonostante il suo proverbiale sorriso, Letizia Battaglia ha avuto una vita difficile. A dieci anni fu vittima di violenze, come lei stessa ha raccontato, una cicatrice che si è portata dietro per tutta la vita. Ruppe un matrimonio fatto per amore, ma che poi aveva cominciato a vivere come una prigione da cui fuggire. Ha lavorato e vissuto anche a Milano prima di tornare a Palermo, la città nella quale si riconosceva, che amava e della quale è poi diventata assessore con il sindaco Leoluca Orlando.

Letizia aveva un talento raro: le sue foto riuscivano a unire mondo e frammento attraverso il racconto fotografico. La sua prima fotografia per L’Ora, una prostituta coinvolta nell’uccisione di un’altra donna, restituisce un universo umano, civile, simbolico sconosciuto a molti. Per comprendere il talento di Letizia dobbiamo tenere presente che nella società contemporanea le identità differenti, la pluralizzazione delle appartenenze, un tessuto sociale sempre più differenziato e frastagliato, ci pongono di fronte a una frammentazione enigmatica. La cultura, attraverso le cui lenti guardiamo il mondo, cede il posto a una moltiplicazione di culture, che trasformano il rapporto tra soggetto e realtà. Se i riferimenti culturali si polverizzano, ciascuno può sganciarsi dalle appartenenze tradizionali e costituire la propria identità in modo più autonomo di prima.

La società contemporanea sembra dominata dal frammento. Si sono indeboliti i riferimenti che consentono di costruire criteri condivisi. Si recidono sempre più spesso i collegamenti tra visioni particolari e sintesi generali. Come ha scritto il sociologo Alfred Schutz: «La coesistenza di diversi piani simbolici, i quali sono scarsamente correlati l’uno all’altro, se pure lo sono, è il tratto specifico della nostra situazione storica». Nella società del frammento la parte deve restare una parte, senza potere essere inserita in una visione più generale. Il frammento è così il segno di una rottura dell’unità. Ma è questa tendenza che Letizia Battaglia è riuscita ad invertire con la sua arte. E lo ha fatto attraverso la narrazione fotografica, il linguaggio giornalistico per immagini. Lei ha scelto il frammento. Lo ha isolato. Lo ha enfatizzato. Poi con uno scatto è riuscita a trasformarlo in un mondo. Un mondo che noi, guardandolo, sentiamo essere parte di noi. Ma è un mondo che fa parte anche e soprattutto di lei. Letizia lo ha spiegato in una intervista: «Alla fine è il mio mondo che accoglie o fissa gli altri mondi. Mi innamoro non del mio sguardo, ma di ciò che il mio sguardo in quel momento accoglie». Così Letizia riusciva spesso a compiere un piccolo prodigio: trasformare il frammento nel nostro mondo. (…)

Se il giornalismo è l’istituzione a cui la società ha delegato il compito di ricostruire la realtà, dandole forma e mettendo ordine nelle cose quotidiane, allora il lavoro di Letizia Battaglia non è solo giornalismo visivo. Parla della verità del giornalismo. I giornalisti non sono soltanto i testimoni degli eventi, sono parte del mondo che osservano. A loro sarebbe demandata la delicata, e a volte rischiosa, funzione di certificare ciò che accade. Ma i fatti sono anche il risultato di una negoziazione tra i diversi attori sociali per stabilirne la rilevanza.

La storia professionale di Letizia ci avverte che il tempo in cui i custodi dell’informazione stabilivano cosa è di interesse pubblico, è al tramonto (il paradigma trasmissivo). Invece oggi è l’interazione che si stabilisce tra diversi attori (compresi gli algoritmi) che costruisce il contesto di significazione in cui le informazioni sono inserite. E dà senso. Letizia con le sue fotografie coinvolgenti ha sempre seguito questo percorso: fissava un mondo con cui lei stabiliva una connessione composta di emozioni e ragioni e in cui il protagonista, insieme a coloro che poi guardano l’immagine, sono chiamati a tessere l’interpretazione. La foto non è un testo finito e definito, ma aperto, plurale, in costante evoluzione. È frammento, come la nostra vita. Ma che ci restituisce un mondo. 

Sergio Baraldi

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