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Morti sul lavoro. “Operaicidio.it è nato per chiamare le cose con il loro nome”

OSSIGENO – 21 ottobre 2026 – La correttezza del linguaggio con cui si raccontano le morti sul lavoro, le proposte di legge ferme in Parlamento, la durata dei processi per stabilire le responsabilità: sono stati questi i temi principali del convegno del 20 ottobre 2026 alla Casa del Jazz di Roma organizzato per presentare  Operaicidio.it, il portale curato dal magistrato Bruno Giordano, dal giurista Giulio Marotta e dal giornalsita Marco Patucchi. Il sito nasce dal libro Operaicidio, che Giordano e Patucchi avevano presentato nello stesso luogo nel settembre 2025, l’ambito della rassegna di Ossigeno “Libri per la pace”  Gli oratori sono stati presentati dala giornalista Rai Adele Grossi, con interventi, letture e musica annunciati nei giorni scorsi.

Alberto Spampinato, presidente di Ossigeno, ha messo a confronto il lavoro del nuovo sito con quello che l’associazione svolge da quasi vent’anni sulle minacce ai giornalisti: in entrambi i casi si tratta di colmare un vuoto di informazione. «Fenomeni come quello di cui si parla stasera, se non hanno un nome proprio, preciso e significativo, vengono già minimizzati», ha detto. Sulle intimidazioni ai giornalisti ha aggiunto: «Noi di ossigeno non abbiamo risolto il problema, però questo fenomeno adesso ha un nome e su di esso si sono accese molte luci».

Sull’importanza del linguaggio si è soffermato anche Marco Patucchi, giornalista e autore delle 350 storie delle vittime raccolte nel libro e nel portale. «Si continua a chiamarle morti bianche, perché una morte bianca evidentemente è una morte meno dolorosa, soprattutto una morte senza responsabilità». Marco Patucchi ha criticato anche l’uso della parola infortunio: «È il contrario di avere fortuna, è come dire che se uno esce la mattina, va a lavorare e torna a casa è stato fortunato». Ha portato come esempio l’operaio morto di recente al Colosseo. Ha fatto notare che questo caso ha avuto grande attenzione dei media, mentre le storie degli altri cinque lavoratori morti in Italia lo stesso giorno non sono state raccontate.

Bruno Giordano, magistrato e già direttore dell’Ispettorato nazionale del lavoro, ha ricordato che il libro e il sito sono dedicati a Daouda Diane, un lavoratore ivoriano di 37 anni, mediatore culturale e impegnato nel sindacato, scomparso il 2 luglio 2022 ad Acate, in provincia di Ragusa, poche ore dopo aver diffuso due video in cui denunciava le condizioni di lavoro nel cementificio dove era impiegato in nero. «Quando la mafia vuole togliere di mezzo qualcuno lo fa sparare. Ma – ha commentato Bruno Giordano –  quando teme una persona la fa sparire, perché non deve rimanere nemmeno una lapide, nemmeno un corpo da piangere, nemmeno un funerale».

Giulio Marotta ha spiegato che la maggior parte delle proposte di legge in materia, tra cui quella sulla procura nazionale del lavoro e quella sul reato di omicidio sul lavoro, è ferma. «Se scorrete l’elenco troverete, nella quasi totalità dei casi, per ogni proposta di legge, la scritta “non ha ancora iniziato l’esame”». Dalle sentenze analizzate risulta che le vittime sono morte per la violazione di norme di sicurezza elementari: impalcature assenti, imbracature non fornite, maschere antigas mancanti. «Sentire parlare di tragica fatalità suscita rabbia», ha detto Giulio Marotta. Le sentenze definitive arrivano dopo 7-20 anni. Per questo i promotori del sito chiedono il gratuito patrocinio per i familiari e l’anticipazione di una parte del risarcimento.

Maria Giulia Dalla Brea ha portato la sua testimonianza. Suo marito, Stefano Fallone, è morto sul lavoro il 20 luglio 2020, giorno del loro diciannovesimo anniversario di matrimonio, cadendo da oltre venti metri. Lei ha saputo della sua morte per caso, quando i telegiornali ne parlavano già da ore. Non c’è stato qualcuno che si sia premurato di informarla. «Io ad oggi sono ancora in attesa di sapere che cosa è successo quel giorno», ha detto. Dopo sei anni non c’è una sentenza e le udienze sono state più volte rinviate. «È un’intera società che fallisce, perché queste morti sono quasi sempre evitabili». Da questa esperienza è nata l’associazione “Insieme per la giustizia”, che lei presiede. L’associazione offre ai familiari delle vittime sostegno psicologico e assistenza legale gratuita.

Nell’intervento conclusivo Giordano ha presentato alcune delle quindici proposte del libro. Tra queste ci sono: l’istituzione di una procura nazionale del lavoro, proposta avanzata da circa vent’anni e mai discussa davvero in Parlamento, c’è la richiesta di creare il coordinamento degli oltre quindici organismi che si occupano di controlli. «Non esiste nessun altro reato in questo Paese sul quale vengono impegnate 15 polizie diverse», ha osservato. A suo avviso negli ultimi decenni l’attenzione della magistratura per questi reati è diminuita. Ha indicato come esempio positivo le inchieste della Procura di Milano sullo sfruttamento dei lavoratori nei laboratori che producono per i grandi marchi della moda. La quindicesima proposta, ha detto, è la parola «coraggio». «Abbiamo fondato la democrazia sul lavoro, quindi ogni ferito sul lavoro è una ferita per la nostra democrazia».

Serena Dandini, Francesca Reggiani e Massimo Giannini hanno letto alcune delle storie dei morti sul lavoro raccolte nel libro. Tra queste ci sono quelle di Nicoletta Palladini, operaia morta in una vetreria del Piacentino, di Alessandro Panariello, 22 anni, morto in un cantiere a Scafati, e dei tre operai morti nel crollo di una gru a Torino nel 2021. Ugo De Vita ha presentato il monologo “S’abbenedica signor giudice”, tratto da carte processuali, che porterà in teatro nel corso della stagione. Mario Incudine (voce e chitarra) e Antonio Vasta al pianoforte, hanno eseguito brani dedicati ai lavoratori emigrati e alla tragedia di Marcinelle del 1956, tra l’altro leggendo un testo di Ignazio Buttitta. MP

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