Addio a Michele Albanese socio e antenna di Ossigeno in Calabria

Aveva 66 anni – Giornalista coraggioso, ha raccontato i traffici delle ndrine di Gioia Tauro – Minacciato, viveva sotto scorta dal 2014

OSSIGENO 16 febbraio 2026 – il giornalista Michele Albanese ci ha lasciato il 15 febbraio 2026, dopo una lunga malattia. Viveva e lavorava nella Piana di Gioia Tauro. Era un cronista di punta del Quotidiano e il corrispondente dell’ANSA, un giornalista attento e coraggioso, un esempio di professionalità per i suoi giovani colleghi. Ha raccontato le vicissitudini giudiziarie delle più importanti famiglie mafiose: Piromalli, Molè, Bellocco, Pesce, Crea, Alvaro. Lo ha fatto con rigore e professionalità, approfondendo e rendendo pubblici i loro affari criminali. Inoltre Michele era socio di Ossigeno per l’Informazione, che con lui perde un collaboratore, un amico saggio e competente, il principale punto di riferimento per il monitoraggio delle minacce e delle intimidazioni rivolte ai giornalisti in Calabria. 

Michele aveva 66 anni. Gli ultimi 12 anni li ha trascorsi sotto scorta, con gravi preoccupazioni per sé e i suoi familiari: la moglie Melania e le figlie, Maria Pia e Michela, alle quali Ossigeno rivolge un pensiero affettuoso. Michele ha trascorso questi anni con pesanti limitazioni della sua libertà di movimento, costretto a muoversi su un’auto blindata e con due uomini di scorta, a causa delle minacce che riceveva da tempo dalla ‘ndrangheta. Fra l’altro aveva subito una intrusione nella sua abitazione. Nel 2012  denunciò queste minacce alla Commissione Parlamentare antimafia. 

“So bene come si sente un giornalista minacciato”, scrisse su ossigeno il 5 aprile 2012 esprimendo solidarietà un altro giornalista che era stato intimidito nella Locride. <<Ci sono persone – scrisse – che agiscono di notte come spettri, come fantasmi per seminare terrore. Si definiscono “uomini d’onore”. Sono uomini del disonore. Scelgono i loro obiettivi per mandare messaggi precisi, soprattutto per imporre le logiche del silenzio e della devastazione degli animi. Nulla è più come prima per un giornalista che subisce un atto del genere. Qualcosa ti resta nella testa e nel cuore. Pensi a te stesso, ma soprattutto ai tuoi cari, a coloro che insieme a te condividono la vita. Intuisci la ragione per la quale sei stato colpito, ma non sai chi sono fisicamente i tuoi avversari. Prendi atto di essere entrato in una dimensione nuova, che prima  conoscevi solo perché qualcosa di simile era accaduto ad altri. Ti senti sconvolto, ma anche più coinvolto. Nei primi giorni sei incoraggiato e sostenuto dagli attestati di solidarietà. Poi, pian piano, si fa strada il  silenzio. Si  torna alla fredda quotidianità. E tu ricominci, a testa bassa, con un misto di rabbia e determinazione. Sai che, se ti hanno colpito, è stato perché il tuo lavoro di giornalista da fastidio a uomini del disonore che agiscono vigliaccamente nell’ombra della notte. E diventi ancor più voglioso di raccontare, di urlare le malefatte. Dentro te stesso resta  una ferita difficile da guarire>>. LEGGI 

”Il 17 luglio 2014 il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica di Reggio Calabria lo convocò d’urgenza e gli assegnò la scorta, informandolo che gli inquirenti avevano intercettato un piano della ‘ndrangheta per ucciderlo. (Leggi)

Da allora anche il suo lavoro di cronista diventò più difficile. Michele non si arrese. Continuò a fare il cronista, fino a quando la malattia lo ha fermato. ASP 

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