Memoria

Bangkok 2010,  gli ultimi scatti di Polenghi a dieci anni dalla morte

Sul sito “Cercavano la verità” anche un ricordo inedito di Almerigo Grilz

Il racconto dell’assalto finale dell’esercito alle “camicie rosse” in cui fu ucciso dai militari il fotoreporter milanese Fabio Polenghi a Bangkok, con una galleria dei suoi ultimi scatti in mezzo ai manifestanti. E un inedito ricordo, da parte di Fausto Biloslavo, del suo amico e collega Almerigo Grilz, colpito alla nuca da un cecchino mentre filmava la ritirata dei guerriglieri della Renamo, respinti dai governativi, a Caia in Mozambico.

Sono gli ultimi contenuti che aggiornano il sito Cercavano la verità e con cui Ossigeno per l’Informazione ha deciso di ricordare oggi l’anniversario della morte di Polengni, il 19 maggio 2010,  e di Grilz, il 19 maggio 1987.

Due professionisti dalla storia e dalla cultura molto diverse fra loro, ma accumunati, prima ancora che da questo casuale anniversario di 10 e 33 anni fa, dalla passione e dal coraggio per un giornalismo in prima linea.

Fabio Polenghi, 48 anni, aveva cominciato con le riviste di moda tra Londra e Parigi ma aveva fatto poi prevalere la sua passione per il reportage, dal Kosovo al Sudafrica, dal Kenya al sud-est asiatico. Il 29 maggio 2013 la magistratura tailandese, al termine di un processo che si svolse grazie all’infaticabile iniziativa di una delle sue sorelle, Elisabetta,  stabilì che ad ucciderlo era stata un’arma dell’esercito, ma senza  individuare il responsabile. La sua vicenda è al centro di un documentario della Bbc, di cui sul sito si possono vedere alcune immagini.

 Almerigo Grilz, triestino, aveva militato ai vertici del Fronte della Gioventù e nel Movimento Sociale Destra Nazionale, prima di cominciare, alla fine degli anni Settanta, a recarsi sui fronti di guerra. Da Afghanistan, Libano, Etiopia, Cambogia, Thailandia, Filippine, Angola, realizzava resoconti rilanciati da Cbs, France 3, Nbc, Panorama e Tg1. “Why not?, perché no, usava dire Almerigo nelle situazioni più impensabili”, ricorda oggi Biloslavo.  “Why not divenne un motto, che assieme a Gian Micalessin ci portò a viaggiare in mezzo mondo raccontando la cosiddetta pace degli anni Ottanta, ovvero guerre terribili e spesso dimenticate, ultimi bagliori dello scontro senza quartiere fra le superpotenze”.

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