Violazioni verificate

Casagni, l’altro cronista spiato da Montante

Anche su di lui, come su Bolzoni, l’ex presidente di Confindustria Sicilia arrestato a marzo 2018 ha raccolto illegalmente informazioni per screditarlo

Oltre ad Attilio Bolzoni (vedi), un altro giornalista, il siciliano Giampiero Casagni, collaboratore del settimanale Centonove, è stato “spiato” dall’ex presidente di Confindustria Sicilia nonché delegato alla legalità Antonello Montante. Si apprende dalla lettura dell’ordinanza con la quale è stato ordinato l’arresto di Montante e di altre 18 persone.

L’ex presidente degli industriali siciliani è stato arrestato a maggio del 2018 ed è attualmente sotto processo a Caltanissetta. E’ accusato di aver capeggiato un’associazione per delinquere finalizzata alla corruzione e di avere spiato perfino gli inquirenti che indagavano su di lui. La prima udienza del processo si è tenuta il 19 ottobre 2018. Montante sarà giudicato con il rito abbreviato: la prossima udienza, probabilmente quella conclusiva, si terrà il 7 dicembre 2018.

Per spiare i due giornalisti, l’ex presidente degli industriali siciliani si sarebbe avvalso di un poliziotto compiacente, adesso suo co-imputato, con un accesso non autorizzato all’archivio centrale della polizia.

Il gip sostiene che Montante “voleva acquisire informazioni su persone che hanno rivestito un ruolo politico di ambito regionale e che erano entrate in rotta di collisione con lui e col sistema confindustriale che rappresenta(va) in relazione alle più svariate vicende”. L’attività di dossieraggio ha riguardato anche Bolzoni e Casagni. Entrambi i giornalisti si sono costituiti parte civile nel processo.

Fin dal 2015 Casagni aveva riferito sul settimanale Centonove le disavventure giudiziarie di Montante, che a quell’epoca era pubblicamente considerato il dirigente di Confindustria più attivamente impegnato contro la mafia in Sicilia.

Casagni, come il giornalista del quotidiano “La Repubblica” Attilio Bolzoni, è apparso agli inquirenti vittima di quel dossieraggio da parte di Montante.

GLI ATTACCHI A CASAGNI

Agli inquirenti risulta che dal 2014 Antonello Montante ha tentato di ostacolare e screditare il lavoro di Giampiero Casagni. A partire dal 2015, con l’aiuto di suoi collaboratori e di un funzionario di polizia, ha raccolto in maniera illecita informazioni su di lui e sulla sua parentela per screditare la sua figura e rendere poco credibile il suo lavoro giornalistico. Nel corso di una perquisizione effettuata a Serradifalco (Caltanissetta), nella casa dell’industriale, gli inquirenti hanno trovato una cartellina con dentro i suoi articoli.

LA PERQUISIZIONE E IL DOSSIER– Nel corso della perquisizione a casa di Antonello Montante, il 22 gennaio 2016, gli inquirenti hanno scoperto un vero e proprio archivio segreto, nascosto dietro una libreria, contenente cartelle nominative su uomini politici, imprenditori e personaggi della società civile. Tre le cartelline ritrovate, una era intestata ad Attilio Bolzoni e un’altra a Giampiero Casagni. Contenevano articoli e trascrizioni di conversazioni telematiche dei due cronisti.

In particolare, nella cartellina dedicata a Casagni erano conservati, oltre agli articoli pubblicati su Centonove, alcune email inviate nel 2013 dal cronista e la trascrizione di una conversazione tra Casagni e il dirigente di Confindustria Alfonso Cicero.
“La documentazione riportata – si legge nell’ordinanza del Tribunale di Caltanissetta – può dirsi chiaramente funzionale a supportare la tesi che il giornalista avesse iniziato a scrivere articoli contro Montante perché animato da sentimenti di rancore per essersi visto negare opportunità lavorative. Prescindendo da quanto testé evidenziato – scrivono ancora gli inquirenti – ciò che desta maggiore inquietudine è, innanzitutto, un appunto manoscritto contenuto pur sempre nella suddetta ‘cartellina Casagni’ dal cui contenuto è possibile evincere come Montante avesse già raccolto informazioni sul conto dello stesso Casagni (in specie sulle sue collaborazioni lavorative, nonché sulle parentele della sua compagna) e si riprometteva di acquisirne ulteriori e più approfondite”.

Durante la perquisizione è stata inoltre rinvenuta la bozza di una querela che Montante ipotizzava di presentare nei confronti di Casagni, in relazione ad alcuni documenti spariti dagli uffici di Confindustria Sicilia. Il conteni di uno di questi documenti era effettivamente stato oggetto di articoli di Casagni. Nella fase delle indagini, il giornalista ha ammesso di essere stato a conoscenza di quel documento e ne ha consegnato una copia agli inquirenti, accogliendo una loro richiesta in tal senso.
Montante aveva inoltre conservato una serie di documenti relativi al periodico Centonove e agli amministratori della società e due articoli pubblicati nel 2013.

L’AIUTO DEL FUNZIONARIO DI POLIZIA– Gli inquirenti hanno scoperto che Antonello Montante otteneva informazioni riservate grazie all’aiuto di Giuseppe Graceffa, vice sovrintendente della polizia in servizio a Palermo. L’ordinanza del Gip dà conto del fatto che Giuseppe Graceffa, in più di un’occasione, ha effettuato accessi abusivi, non autorizzati, al sistema informatico delle banche dati della polizia, allo scopo di acquisire informazioni da fornire a Montante. In particolare, lo ha fatto l’11 giugno 2015. Il 4 ottobre del 2013, cioè pochi giorni dopo la pubblicazione degli articoli conservati da Montante, il funzionario di polizia aveva fatto ricerche sui componenti della testata Centonove.

Il CASO MULÈ– Nel 2014, Casagni aveva scoperto che Vincenzo Arnone, figlio del boss Paolo e anch’egli “uomo d’onore” al vertice della famiglia mafiosa di Serradifalco, era stato testimone di nozze di Antonello Montante. Questi rapporti di Montante con esponenti legati alla criminalità organizzata sono stati confermati successivamente dalle indagini della Procura nissena, che però non ha trovato elementi sufficienti per contestargli il reato di concorso esterno in associazione mafiosa.

All’epoca Casagni aveva proposto al settimanale Panorama di pubblicare un articolo di cronaca per rivelare quelle conoscenze. Il giornalista si era rivolto a Giorgio Mulè, che era il direttore del settimanale e da marzo 2018 è parlamentare eletto nelle liste di Forza Italia. L’articolo non fu pubblicato, ma Mulè riferì a Montante la proposta di Casagni.

Lo stesso Montante ha riferito la vicenda n Nella sua memoria difensiva, affermando che il direttore di Panorama aveva ritenuto opportuno informarlo perché sospettava che si trattasse di un’azione congegnata per screditarlo. “Non si fa fatica a crederlo in considerazione della natura dei rapporti estremamente confidenziali tra Montante e Mulè”, scrivono gli inquirenti che però non hanno ritenuto la condotta di Mulè penalmente censurabile. Il 21 febbraio 2016, Casagni ha informato il Consiglio di disciplina dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia e ha chiesto di sanzionare il comportamento di Mulè.

LA MISTERIOSA MICROSPIA – Il Gip che ha ordinato l’arresto di Montante ha ricostruito quello che appare come un tentativo di screditare Casagni. Il 9 aprile il direttore di Confindustria Centro Sicilia, Carlo La Rotonda, riferisce a Marco Venturi, presidente di Confindustria Centro Sicilia, appena rientrato da un viaggio all’estero, che il 3 aprile è stata trovata una miscrospia nei locali di Confindustria Centro Sicilia. Gli racconta che Montante e l’ex poliziotto Dario De Simone, suo collaboratore, avevano ordinato la “bonifica” dei locali dopo una visita del giornalista Giampiero Casagni, effettuata due giorni prima in quei locali. Ipotizzavano che proprio Casagni potesse avere installato abusivamente il dispositivo. Inoltre Carlo La Rotonda comunica a Marco Venturi di non aver ancora presentato denuncia per l’accaduto: lo farà soltanto il 14 aprile. Queste circostanze e le diverse versioni fornite a Venturi e alla polizia, hanno fatto ritenere non credibile l’ipotesi di una responsabilità attribuibile a Casagni.
“Ho ricavato l’impressione – ha detto in proposito Marco Venturi, nel corso di una deposizione,  – che tutta questa vicenda fosse stata creata per far apparire il giornalista coinvolto in attività di spionaggio di Montante e che la stessa non fosse poi andata in porto per la netta contrarietà che avevo dimostrato”.

Del resto, nella denuncia formale, il direttore di Confindustria Centro Sicilia non aveva fatto cenno ai sospetti su Casagni e aveva motivato la bonifica come un’esigenza sorta in seguito a un’interruzione dell’energia elettrica. “Esistono – scrivono gli inquirenti – a parere del pubblico Ministero una serie di indizi, univocamente convergenti, che inducono a ritenere che: all’esito dei controlli eseguiti quel 3 aprile del 2015, in realtà, non era stata rinvenuta alcuna microspia all’interno dei locali di Confindustria Centro Sicilia, le cui tracce di una sua abusiva collocazione sono state artificiosamente create dai tecnici della ditta che hanno eseguito l’intervento, su richiesta del Montante e Di Simone e con la complicità del La Rotonda”.

Un ulteriore elemento ha indotto gli inquirenti a ritenere che fosse stata dispiegata un’azione per screditare la figura del giornalista Casagni: il 18 marzo 2015, cioè qualche giorno prima della vicenda della microspia, nella sede nissena della Confindustria era stato recapitato un esposto anonimo, in cui si indicava Casagni come “uomo vicino alla mafia nissena”.

Tutte queste circostanze sono ora al vaglio dei giudici del Tribunale.

Leggi gli stralci dell’ordinanza di custodia cautelare dal blog Mafie di Attilio Bolzoni.

RDM

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