Editoriale

Metodo mafioso. Si rafforza la nuova linea giudiziaria

La decisione della Procura di Bari di contestare l’aggravante alla donna che ha aggredito la giornalista Maria Grazia Mazzola si aggiunge a quelle analoghe delle Procure di Roma e Catania

Ossigeno per l’Informazione considera importante la contestazione formale del metodo mafioso alla donna indagata a Bari per il gravissimo attacco a Maria Grazia Mazzola (leggi la notizia di Ossigeno), la giornalista aggredita mentre era impegnata a svolgere il suo lavoro per la Rai.

Subito dopo l’aggressione, Ossigeno aveva sottolineato l’analogia, quanto a rilevanza sociale e modalità di minaccia, fra questa aggressione e quelle dei mesi precedenti a Daniele Piervincenzi ed Edoardo Anselmi a Ostia e a Paolo Borrometi in Sicilia. Per questi atti di violenza le Procure di Roma e di Catania avevano già contestato la specifica aggravante del metodo di intimidazione mafiosa, mostrando così che con la legislazione già vigente la magistratura inquirente può agire con maggiore determinazione e più consapevole considerazione delle finalità e della gravità sociale di questi reati contro i giornalisti.

Il 22 ottobre 2018, al Senato, Ossigeno ha svolto queste considerazioni in maniera più ampia, durante il convegno internazionale sull’impunità (leggi), promosso  con il patrocinio dell’Unesco.

La relaziondi apertura e l’ intervento dell’avvocato Andrea Di Pietro (leggi)  hanno fatto notare che la mancata contestazione dell’aggravante del metodo mafioso per l’aggressione a Maria Grazia Mazzola faceva nascere il dubbio che il nuovo orientamento (emerso per le vicende di Ostia e in Sicilia e apprezzato da Ossigeno e dagli esperti delle organizzazioni internazionali che partecipavano al convegno) non fosse stato ancora acquisito da tutta la magistratura italiana. Adesso, con la chiusura delle indagini, questo dubbio sembra dissolto.

Lo sottolineiamo con soddisfazione e speriamo sia confermato dal rinvio a giudizio e dall’esito del processo. Se gli aggressori saranno perseguiti e puniti con la severità consentita dai fatti provati e dalle norme vigenti, avremo una importante ulteriore conferma dell’accresciuta capacità del sistema giudiziario di mettere fine all’impunità per questi reati, della volontà di rafforzare la sicurezza dei giornalisti riducendo l’impunità. Impunità che in Italia in questo campo rimane ancora altissima: intorno al 90 per cento.

C’è un altro risvolto importante di questa vicenda che non è stato colto nelle indagini preliminari. Maria Grazia Mazzola è una giornalista della Rai. Quando è stata aggredita, impedendole con la violenza di fare il suo lavoro, stava realizzando un servizio giornalistico per la rete pubblica radiotelevisiva.

Per un episodio analogo, ai danni del giornalista Nello Trocchia, avvenuto a Vieste a luglio del 2017, il Gip di Foggia, con un provvedimento senza precedenti, ha contestato all’aggressore il reato di  interruzione di pubblico servizio. Il giornalista freelance Nello Trocchia stava realizzando un servizio di cronaca per il programma Nemo (Rai2).

Ci chiediamo perché lo stesso reato non possa essere contestato, anche e a maggior ragione, a chi ha aggredito Maria Grazia Mazzola. Come abbiamo spiegato, commentando il caso Trocchia (vedi), i giornalisti svolgono un lavoro di rilevanza sociale: informano i cittadini su fatti di rilevante interesse. Chi impedisce loro di lavorare interrompe un servizio pubblico, causando un danno ai cittadini che hanno il diritto di conoscere tutto ciò che è rilevante. E ciò a maggior ragione se quel servizio è svolto per le reti del servizio pubblico radiotelevisivo.

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