Memoria

Simone Camilli, video reporter ucciso 8 anni fa a Gaza da una bomba inesplosa

Stava filmando gli artificieri intenti a dissinnescare l’ordigno. Diceva: io mostro la realtà. La sua storia e un ricordo del padre su Ossigeno-Cercavano la verità

OSSIGENO 12 agosto 2022 – Otto anni fa, il 13 agosto 2014, a Gaza, fu ucciso il fotoreporter romano Simone Camilli. Aveva 35 anni. A Beit Lahia, nel nord della Striscia di Gaza, stava riprendendo con la sua telecamera le operazioni di una squadra di artificieri della polizia intenti a disinnescare una delle tante bombe rimaste inesplose nel corso dei bombardamenti che si susseguivano da un mese, da quando l’esercito di Tel Aviv aveva deciso di distruggere i valichi clandestini verso Israele.

Il 13 agosto era un giorno di tregua. Simone Camilli aveva deciso di fare, per l’Associated Press, quel che fanno i reporter: una cronaca. Voleva far vedere perché alcune bombe restavano inesplose e che cosa fare per evitarle. Non ci riuscì. Una deflagrazione improvvisa lo uccise insieme all’interprete Ali Shehda, a Abu Afash, e a quattro artificieri. Non è ancora stata fatta luce su quanto accaduto.

CHI ERA – La sua storia è ricostruita su Ossigeno-Cercavano la verità, l’archivio online che raccoglie le vicende dei trenta operatori dell’informazione caduti mentre svolgevano il loro lavoro. In ordine cronologico, Simone Camilli è l’ultimo dei diciannove cronisti italiani uccisi in zone di crisi, mentre documentavano i conflitti e le condizioni dei civili. Un lavoro rischioso, quello che quest’anno i lettori hanno imparato a conoscere meglio attraverso i racconti che arrivano dall’Ucraina in guerra. A questo problema Ossigeno ha dedicato il convegno “Guerra, pace informazione” formulando alcune proposte per garantie meglio la sicurezza degli inviati. (rivedi).

Simone Camilli aveva scoperto la professione attraverso il padre, il giornalista Rai Pierluigi Camilli. Si era avvicinato al giornalismo audiovisivo per conoscere il mondo, altre culture, che avrebbe voluto fare dialogare tra loro. Un problema a cui aveva dedicato i suoi studi universitari.

“Amava raccontare e filmare specialmente i bambini, in particolare quelli di Gaza e la loro vita da segregati. Fu il primo telecronista ad arrivare in una scuola che aveva appena subito un attentato”, ha raccontato a Ossigeno il padre (leggi).

Simone Camilli aveva iniziato la carriera giornalistica collaborando con l’agenzia di stampa cattolica Asia News. Aveva proseguito con l’Associated Press (AP) a Roma; tra le altre cose, ha seguito le cronache della morte di Giovanni Paolo II, a Gerusalemme ha immortalato le immagini dei principali conflitti dell’area e nel 2014 è stato inviato in Libano, a Beirut. Era un giornalista appassionato e un fedele osservatore della realtà. Teneva sempre a dire: io racconto i fatti per come sono. Credeva molto al ruolo del giornalista quale testimone della realtà. GPA

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