Questo episodio rientra tra le violazioni verificate da Ossigeno per l'Informazione

Cardinale Becciu voleva 10 milioni € da l’Espresso. No del giudice

Il Tribunale civile gli ha dato torto e ora deve risarcire 40mila euro di spese legali ai giornalisti accusati. Il giudice, non è stata diffamazione ma giornalismo d’inchiesta

OSSIGENO 27 NOVEMBRE 2022 – “Credo che questa sentenza sia molto importante, non solo perché certifica la bontà e la veridicità del lavoro che abbiamo svolto nell’inchiesta sulla corruzione in Vaticano ma perché ribadisce, con equilibrio e rigore, l’importanza del giornalismo d’inchiesta”, ha dichiarato a Ossigeno il giornalista Massimiliano Coccia commentando la sentenza con cui il Tribunale civile di Sassari il 21 novembre 2022 ha rigettato la richiesta di 10 milioni di euro di risarcimento danni da diffamazione a mezzo stampa presentata dal Cardinale Giovanni Angelo Becciu contro di lui, la caporedattrice Angiola Codacci Pisanelli e l’ex direttore dell’Espresso Marco Damilano per alcuni articoli di inchiesta sulle finanze vaticane pubblicati dal settimanale.

“In questi due anni – ha aggiunto Massimiliano Coccia – siamo stati oggetto di un linciaggio giudiziario e mediatico senza precedenti. Ho perso il conto delle querele e delle richieste di risarcimento che ci sono giunte. Quanto deciso dal tribunale di Sassari è anche un segnale di speranza per una professione giornalistica sempre più difficile da svolgere”.

Concludendo la causa, la giudice Marta Guadalupi ha stabilito che negli articoli contestati non c’è né diffamazione, né denigrazione e perciò ha rigettato la richiesta di risarcimento e ha condannato il cardinale al pagamento delle spese processuali, quantificate in 40mila euro, a favore del gruppo editoriale Gedi e dei tre giornalisti citati in giudizio.

La sentenza è stata emessa il giorno prima che fosse diffusa la notizia che il cardinale è indagato, con altre persone, per associazione a delinquere, dal promotore di giustizia vaticano in un filone d’indagine aperto parallelamente al processo sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato.

Insieme ai danni, il cardinale aveva chiesto anche la rimozione dai siti web del gruppo Gedi degli articoli da lui considerati diffamatori” e che fosse inibita la pubblicazione di ulteriori servizi sull’argomento. Aveva inoltre dichiarato che avrebbe speso per opere di carità i 10 milioni di euro di risarcimento.

LE ACCUSE – Tramite i suoi legali, il cardinale contestava ai giornalisti il contenuto offensivo di alcuni articoli e “l’illecita comunicazione fatta in anticipo al Santo Padre del contenuto dell’articolo apparso sul settimanale L’Espresso in data 27.09.2020, dal titolo «La spada di Francesco sui corrotti» (…) ben consci e consapevoli del fatto che il Santo Padre, di fronte alla denuncia ivi operata dei fatti, gli avrebbe chiesto le dimissioni” e per i contenuti “inveritieri” di questo articolo. La contestazione riguardava anche altri contenuti pubblicati sul sito web dell’Espresso lo stesso giorno, il giorno in cui rassegnò nelle mani del Papa l’incarico di Prefetto della Congregazione delle cause dei Santi e la rinuncia ai “diritti connessi al Cardinalato”.

LA SENTENZA – La sentenza dichiara non provata l’accusa che l’Espresso online abbia dato notizia delle dimissioni del cardinale Becciu ore prima che egli andasse dal Papa. Il tribunale di Sassari ha ritenuto le accuse infondate. “Dal punto vista della contestualizzazione dei fatti contestati ai convenuti – si legge nella sentenza -, emerge, così come rilevato dalla difesa dei convenuti, la solare contraddizione tra la narrazione offerta in ambito processuale e quella ufficiale esternata dal cardinale Becciu nella conferenza stampa del 25 settembre 2020, ove quest’ultimo ha dichiarato al mondo di essersi dimesso per aver perso la fiducia del Papa a causa della segnalazione arrivata dalla magistratura vaticana circa le indagini in corso su presunti atti di peculato a lui attribuiti. Dal punto di vista strettamente giuridico, la condotta di “comunicazione anticipata (al Papa) della notizia”, così come dedotta dall’attore, risulta non provata nel processo e comunque, a monte, non integra il “fatto doloso o colposo” idoneo a cagionare un danno ingiusto come prescritto dall’art. 2043 c.c..”. Il giudice aggiunge che motivazioni prodotte (gli orari dedotti dai codici sorgente degli articoli contestati, le dichiarazioni in tv del direttore dell’Espresso, le ricostruzioni fatte da alcuni quotidiani) non sono ammissibili come prove e qualcuna di esse è apparsa “bizzarra”.

NO ALLA CENSURA PREVENTIVA – La giudice ha accolto le tesi difensive degli avvocati difensori Virginia Ripa di Meana ed Elisa Carucci. A suo giudizio, “l’interpretazione dei fatti offerta dagli articoli in questione deve ritenersi del tutto lecita nell’ambito dell’esercizio di critica, seppur indubbiamente espressa in modo duro, aspro e polemico (ma mai contumelioso), direttamente proporzionale al ruolo di altissimo livello ricoperto dell’attore”. E ancora, si legge nella sentenza, “pretendere la censura a priori del giornalismo esplicato mediante la denuncia di sospetti di illeciti, significherebbe degradare, fino ad annullarlo, il concetto stesso di giornalismo di inchiesta e di denuncia”.

OSSIGENO esprime solidarietà ai giornalisti dell’Espresso scagionati dalle accuse del Cardinale Becciu e a tutti i giornalisti come loro che, per discolparsi da alcune accuse infondate circa la correttezza del loro operato, devono affrontare processi lunghi, costosi e angoscianti e per difendersi hanno bisogno di difensori e di giudici che conoscono bene le prerogative dei giornalisti e le leggi che proteggono l’esercizio dell’attività giornalistica dagli attacchi di persone influenti che non accettano che la loro reputazione  sia danneggiata da notizie vere e di interesse pubblico. ASP

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