Violazioni verificate

Diffamazione record. 24 anni per chiudere una causa

La Cassazione ha punito per lite temeraria chi ha tenuto sulla corda due giornalisti e ha abusato del processo sottraendo risorse alla tutela dei diritti 

Iniziata nel 1994 si è conclusa nel 2018, la causa per diffamazione a carico dei giornalisti de La Nazione, Roberto Di Meo e Roberto Canè, citati per danni per un articolo pubblicato sull’edizione di Terni. La durata di questo processo  rappresenta un vero record di lunghezza spropositata: 24 anni, a dispetto di tutti i termini nominali di prescrizione. Decisamente troppo, anche a giudizio della Cassazione, che ha perciò chiesto di creare nuovi strumenti di deterrenza contro gli abusi del processo. Una vicenda che merita una ricostruzione.

Gabriele Cané è entrato nel processo quale direttore responsabile dell’epoca. Nel suo articolo del 1994, Roberto Di Meo aveva riferito che il Partito Repubblicano Italiano era coinvolto nella cosiddetta “Tangentopoli di Terni”.

In uno specchietto pubblicato accanto all’articolo si riepilogavano le perquisizioni giudiziarie eseguite in quegli anni nella sede dei partiti: fra le altre, si indicava erroneamente una perquisizione nella sede del Pri. In realtà, come è stato chiarito nel corso dei processi, il PRI era stato scambiato con il PLI.

Roberto Di Meo ha spiegato a Ossigeno che non c’era alcuna intenzione di danneggiare il PRI. “Nel grafico – spiega – fu scritto per un mero errore che era stata perquisita anche la sede del PRI, mentre in realtà si trattava del PLI”.

I due giornalisti furono querelati dagli amministratori del Partito Repubblicano e condannati in primo grado a pagare un milione di lire di ammenda e 5 milioni di lire di danni a titolo di provvisionale.

Chiusa la vicenda penale, il PRI e i suoi amministratori iniziarono una causa per danni, il cui iter si è concluso definitivamente soltanto qualche mese fa, il 18 luglio 2018, quando la terza sezione civile della Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. A continuare la lite fino alla Cassazione è stato Fabio Vallorini, uno degli ex amministratori del Pri, condannato dalla Corte per lite temeraria per “abuso del processo”. Dovrà pagare diecimila euro per lite temeraria e 8200 euro per le spese legali.

Fabio Vallorini aveva già appellato la sentenza di primo grado con la quale il Tribunale civile aveva stabilito che l’unico soggetto leso “deve ritenersi il Pri” e ha proseguito la sua battaglia fino alla Suprema Corte, che oltre a rigettare il suo ricorso ha sanzionato il suo comportamento con un’ordinanza che segna un orientamento più severo contro chi  fa girare la macchina della giustizia per difendere il suo interesse senza ragionevole fondatezza.

Nell’ordinanza dello scorso 18 luglio, la Corte ha innanzi tutto contestato all’ex amministratore del Pri di averla impropriamente chiamata in causa chiedendo sulla vicenda un giudizio di merito e non di legittimità, com’è di sua competenza.
Inoltre la Cassazione ha dedotto che il comportamento di chi ricorre a essa senza fondamento configura “un abuso dello strumento processuale”. Di conseguenza, ha condannato l’attore per lite temeraria, come previsto dall’articolo 96 del codice di procedura civile. L’attore andrebbe punito, si legge nell’ordinanza, anche se avesse agito senza dolo o colpa grave.

Infine, i giudici della terza sezione hanno sottolineato la necessità di creare “strumenti dissuasivi rispetto ad azioni proposte senza l’osservanza delle norme procedurali o con gravi errori di diritto: in tale contesto questa Corte intende valorizzare la sanzionabilità dell’abuso dello strumento giudiziario, proprio al fine di evitare la dispersione delle risorse per la giurisdizione e consentire l’accesso alla tutela giudiziaria dei soggetti meritevoli e dei diritti violati”.

RDM

Leggi il commento dell’avv. Andrea Di Pietro

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