Violazioni verificate

Sciarelli assolta dopo 13 anni di processi

Riconosciuto dalla Cassazione l’esercizio del diritto di cronaca. Era stata querelata da un magistrato per le frasi pronunciate nel 2005 a “Chi l’ha visto?”

Ci sono voluti tre gradi di giudizio e 13 anni e mezzo per assolvere definitivamente dall’accusa di diffamazione a mezzo stampa una giornalista e un regista televisivo, querelati da un magistrato.

La giornalista è Federica Sciarelli, nota conduttrice del programma televisivo Chi l’ha visto (Rai3), e il regista è quello della stessa trasmissione, Giovanni Carbone .

Erano stati querelati entrambi nel 2005, dal magistrato Giuseppe Savoca. Condannati in primo grado erano stati poi assolti in Appello, nel marzo 2017. Sentenza confermata
il 29 novembre 2018 dalla Cassazione che ha rigettato il ricorso del querelante e lo ha condannato al pagamento delle spese processuali. I giudici hanno stabilito che durante la puntata di Chi l’ha visto? era stato esercitato correttamente il diritto di cronaca.  
Il magistrato Savoca aveva reagito per vie legali alle affermazioni fatte dalla giornalista nella puntata del 4 luglio 2005. In quella occasione, a proposito dell’omicidio del medico Matteo Bottari ( l’endoscopista ucciso a Messina nel gennaio 1998), Federica Sciarelli, commentando un atto giudiziario, aveva detto: “Il giudice Savoca conosce molto bene esecutori e mandanti del delitto Bottari”.

Moventi ed esecutori del delitto Bottari sono ancora oggi ignoti alla giustizia.
Negli atti d’indagine compare la trascrizione dell’intercettazione di una conversazione a tre, tra Savoca, l’imprenditore Siracusano e l’avvocato Arena nella quale i tre, come si legge nella sentenza della Cassazione, parlano di un fatto di sangue e fanno riferimento ai “figli di Bottari”.  

Da questa intercettazione scaturì il commento della giornalista . Per la Corte si tratta di un’affermazione giustificata proprio dal contenuto della conversazione. La Cassazione ritiene inoltre, a differenza di quanto contestato nel ricorso dal querelante, che la notizia sia stata “sottoposta ad adeguato controllo”, dando conto in trasmissione anche del fatto che i tre protagonisti della conversazione ne avessero smentito i contenuti. Nella sentenza si legge infatti che gli imputati “avevano esercitato il loro diritto di cronaca giudiziaria, seppur risultata poi non corrispondente al vero”.

RDM

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