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Editoriale

Un piccolo caso illumina il “campo minato” in cui lavorano i giornalisti in Italia

Questo articolo è disponibile anche in: Inglese

L’archiviazione della querela del sindaco di La Spezia al cronista Frosina – Il calvario delle querela infondate – Le statistiche depurate da queste vicende che rappresentano almeno metà delle intimidazioni italiane  

OSSIGENO 21 GENNAIO 2022 – Ossigeno ha espresso piena solidarietà a Paolo Frosina, giornalista di Genova,  redattore del “Fatto Quotidiano”, che è stato trascinato dal sindaco di La Spezia davanti al giudice con una querela per diffamazione a mezzo stampa che il giudice per le indagini preliminari ha archiviato affermando che il comportamento del giornalista è stato legittimo e corretto. (Leggi la notizia)

Non è stato un botta e risposta, come potrebbe sembrare da questa estrema sintesi: il giornalista ha dovuto nominare un difensore (e per fortuna né ha avuto uno fra i più bravi), il querelante si è opposto alla richiesta di archiviazione del pubblico ministero e così il procedimento si è prolungato e tutto ciò ha comportato spese di difesa e rischio di dover pagare dei danni. Senza mettere in conto l’angosci di essere

Dobbiamo essere grati a questo cronista per averci fatto conoscere in dettaglio la sua vicenda giudiziaria nata dalla pubblciazioen di un suo articolo in cui ha legittimamente criticato l’operato del primo cittadino con toni pacati e argomenti di fatto.

Ciò che gli è accaduto illumina come un lampo nel buio lo scenario su cui si muovono molti cronisti italiani, uno scenario già altre volte paragonato a un campo minato disseminato  non solo di intimidazioni, minacce e aggressioni fisiche ma anche di  abusi legali: querele per diffamazione immotivate come questa (circa diecimila ogni anno) e cause per danni pretestuose un migliaio ogni anno). Secondo le rivelazioni di Ossigeno nel 2021 la metà delle “mine” su cui sono inciampati i giornalisti italiani era fatta proprio di abusi legali. Questa è la media nazionale, ma ci sono state Regioni come il Lazio dove tre intimidzioni su quattro (67%) sono state abusi legali.

Le statistiche del Centro di Documentazione del Ministero dell’Interno sulle minacce ai giornalisti italiani non tiene conto del caso di Paolo Frosina né degli altri consimili di querele e cause pretestuose. E ciò spiega perché nel 2021 Ossigeno per l’Informazione ha registrato e segnalato un numero di minacce ai giornalisti italiani doppio rispetto a quello  fornito dal Centro di documentazione del Viminale (301 rispetto a 156). Nonostante questa parzialità sia nota a tutti, alcuni osservatori continuano a basare le loro analisi e i loro commenti sulle intimidazioni ai giornalisti italiani esclusivamente sui dati del Viminale. Fanno lo stesso (con poche eccezioni) i media che episodicamente danno qualche notizia sul fenomeno. A chi giova rappresentare solo una metà della realtà? Analizzare un mondo dimezzato?

Certamente non giova ai giornalisti come Paolo Frosina, che lavorano sulla prima linea della cronaca, che seguono direttamente i fatti che accadono, che continuamente, ogni volta che c’è di mezzo qualcuno che conta, devono scegliere (quasi sempre in assoluta solitudine) se far prevalere anche in queste circostanze il dovere di raccontare ai lettori tutto ciò che vedono con i loro occhi (come impone il codice deontologico dei giornalisti e la propria coscienza professionale) oppure è meglio chiudere gli occhi (in tutto o in parte), depotenziare il racconto, sminuire  la portata dei fatti, insomma mettere a tacere la propria coscienza civile per il ragionevole timore di subire ritorsioni fisiche, legali, patrimoniali. Per evitare il calvario che ha vissuto Paolo Frosina, che non sempre si conclude nel giro di 18 mesi (mediamente dura da 2 a sei anni) né si conclude sembre con un lieto fine.

Per fortuna in Italia ci sono molti, moltissimi giornalisti che di fronte al bivio fra autocensura e coraggio, scelgono la via del coraggio. Ma dobbiamo cercare di aiutarli meglio e di più, incoraggiarli a subire questa strada, ridurre il rischio che debbano sopportare da soli tutte le spese, in termini umani, professionali, giudiziari e patrimoniali. Perché il rischio di subire ritorsioni è fondato, ne abbiamo molti esempi e ne abbiamo molte prove. Il prepotente di turno di solito è più forti del cronista che prende di mira, soprattutto se egli viene isolato dai e non viene sostenuto pienamente dai suoi colleghi e dall’editore per il quale lavora.

Somo moltissimi i prepotenti che approfittano dell’isolamento del giornalista sgradito, che prendono di mira solo lui mantenendo buoni rapporti con il giornale che pubblica i suoi articoli. Questi prepotenti che usano le querele e le cause per diffamazione come un randello si fanno forti di una legge che la buona politica non si riesce a modificare, una legge che consente di abusare del diritto di querela contro un giornale e un giornalista che dà fastidio, impunemente anche quando tecnicamente si commette il reato di calunnia contro cronisti molte volte deboli, pagati male, senza un editore schierato dala loro parte, senza un avvocato del giornale che faccia scudo a livello legale e patrimoniale.

Ci vuole l’esempio di un caso come questo di La Spezia per rinfrescare la memoria a tutti, per ricordare a tutti che in Italia queste ingiustizie accadono da decenni senza che i media ne diano conto sistematicamente (come sarebbe utile), senza che il Governo e il Parlamento trovino il coraggio e la volontà politica necessari per mettere fine agli abusi del diritto di querela, abusi di cui si è parlato tanto ma sono sempre più frequenti e impuniti e rendono meno libera la libertà di stampa, senza che gli stessi giornalisti trovino il modo di alzare la voce per farsi sentire e inserire questo piccolo problema nell’agenda politica.

E’ strano che in Italia sia ancora oggi necessario descrivere un caso concreto e chiosarlo per spiegare che cosa accade veramente in questo paese. E’ strano. Ma è necessario. Sarà necessario fino a quando la cronaca non comincerà a raccontare con i fatti e con il dovuto inquadramento del fenomeno, che fra i nostri problemi da risolvere c’è anche questo piccolo problema delle minacce ai giornalisti, del quale Ossigeno, da dieci anni descrive le caratteritiche, la natura, le dimensioni, la sistematicità, le lacune legislative e le inadempienze che rendono queste intimidazioni una forma di censura selettiva illegale in gran parte incontrastata.

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