Editoriale

I cronisti di guerra meritano più protezione, dice Commissaria Diritti Umani a Ossigeno

OSSIGENO 9 giugno 2022 – La Commissaria per i Diritti Umani del Consiglio d’Europa, Dunja Mijatovic interviene sui temi del convegno di Ossigeno dal titolo “Guerra, pace, informazione. I pericoli per i giornalisti. Il caso dell’Ucraina” che si tiene il 9 giugno 2022 a Roma nell’Auditorium della Casa del Jazz con questo testo inviato al presidente di Ossigeno, Alberto Spampinato

Caro Alberto, cari partecipanti,

Vi ringrazio per l’opportunità di intervenire alla vostra conferenza su un tema così attuale come la protezione dei giornalisti in situazioni di conflitto.

L’importanza della copertura giornalistica delle situazioni di conflitto non può essere sottovalutata. Raccogliendo e diffondendo informazioni affidabili sui conflitti armati, i giornalisti svolgono una missione cruciale di interesse pubblico. Spesso è grazie a loro che gravi violazioni dei diritti umani, crimini di guerra e altre atrocità vengono portate all’attenzione dell’opinione pubblica e di chi prende decisioni politiche. A volte i giornalisti che coprono i conflitti hanno anche aiutato i tribunali a ottenere prove cruciali per stabilire le responsabilità per i crimini di guerra. Il loro lavoro può quindi documentare i crimini, aiutare a sostenere i diritti umani, stabilire la responsabilità e promuovere la solidarietà internazionale.

Tutto questo ha però un prezzo. Come l’attuale guerra in Ucraina dimostra ancora una volta, i giornalisti in servizio sul campo di battaglia spesso affrontano pericoli estremi.

Per questi motivi, i giornalisti che coprono i conflitti sono protetti dal diritto internazionale umanitario. Ciò significa che tutte le parti in conflitto devono proteggere i giornalisti, evitando attacchi deliberati contro di loro e sostenendo i loro diritti in caso di cattura. Inoltre, lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale stabilisce che dirigere intenzionalmente attacchi contro i civili, e quindi anche contro i giornalisti che non partecipano alle ostilità, costituisce un crimine di guerra.

Il Consiglio d’Europa e altre organizzazioni internazionali hanno fissato degli standard precisi per aiutare gli Stati membri a rispettare il loro obbligo di proteggere i giornalisti che seguono i conflitti. Purtroppo, la realtà sul campo si discosta molto da questi standard.

Sebbene sia impossibile garantire l’assenza di rischi, gli Stati possono e devono rafforzare la sicurezza dei giornalisti che ‘coprono’ i conflitti, applicando gli standard disponibili. Hanno il dovere positivo di proteggere le persone sotto la loro giurisdizione, anche prevenendo e punendo qualsiasi danno causato da agenti statali e non statali.

Durante il mio mandato di Commissaria per i Diritti Umani del Consiglio d’Europa, e anche nel mio ruolo precedente di Rappresentante OSCE per la Libertà dei Media, ho dedicato molti dei miei sforzi a convincere gli Stati membri ad affrontare questi problemi.

Lo scorso aprile mi sono rivolta all’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa esortandoli ad abrogare e prevenire le leggi che creano ostacoli al lavoro dei giornalisti. Ho anche pubblicato un articolo che descrive in dettaglio diverse misure che gli Stati devono adottare per garantire il più possibile la sicurezza dei giornalisti che coprono i conflitti.

Una di queste misure è che gli Stati sostengano le iniziative dei giornalisti, delle loro associazioni e delle organizzazioni dei media, ad esempio quelle finalizzate alla raccolta e alla distribuzione di dispositivi di protezione.

Un’altra necessità da affrontare è la formazione in situazioni di combattimento e di primo soccorso. Troppo spesso i giornalisti coprono il campo di battaglia senza una preparazione adeguata, una condizione che aumenta la loro vulnerabilità.

È inoltre fondamentale garantire l’assistenza psicologica. I giornalisti che hanno subito pericoli legati ai conflitti e sono stati testimoni di eventi terribili possono subire uno stress traumatico.

Un’altra componente fondamentale per sostenere la libertà dei media è il rispetto della riservatezza delle fonti giornalistiche, anche nei conflitti armati.

Oltre alle misure specifiche relative ai giornalisti che coprono i conflitti armati, gli Stati dovrebbero anche adottare misure più generali volte a migliorare la libertà dei media.

In primo luogo, devono garantirne la protezione. La polizia e le forze dell’ordine non devono ignorare le minacce contro i giornalisti, né trascurare le richieste di protezione.

In secondo luogo, porre fine all’impunità. La polizia e la magistratura devono essere in grado di indagare su tutti i casi di violenza contro i giornalisti, compresi quelli che coinvolgono agenti statali, e perseguire i responsabili.

In terzo luogo, bisogna allineare la legislazione agli standard dei diritti umani. Il legislatore deve emanare leggi che proteggono la libertà dei media e i giornalisti da pressioni indebite. La diffamazione e la calunnia, ad esempio, dovrebbero essere completamente depenalizzate e trattate solo con sanzioni civili proporzionate. La legislazione dovrebbe anche impedire le cause temerarie.

Tutte queste misure sono raggiungibili se c’è la volontà politica. Gli Stati dispongono di strumenti legislativi, finanziari e di altro tipo per aumentare la sicurezza dei giornalisti e la libertà dei media. Dovrebbero usarli meglio.

Concludo ringraziando Ossigeno per questa rinnovata opportunità di sensibilizzazione sulle esigenze e sui diritti dei giornalisti in tempo di guerra e di pace.

Vale la pena ripetere in ogni occasione che la democrazia, i diritti umani e lo Stato di diritto non possono prosperare se c’è ostilità contro i giornalisti.

Da parte mia, continuerò a ripetere questo messaggio agli Stati membri, chiedendo loro di rispettare il loro dovere di proteggere i giornalisti, in ogni circostanza.

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