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Processo Rocchelli. Parla Markiv: Non avevo mortai

L’imputato dell’omicidio del foto reporter italiano ha detto ai giudici di Pavia che lui doveva soltanto sorvegliare la zona e dare l’allarme

Questa cronaca di Giacomo Bertoniè stata prodotta da Ossigeno per l’informazione in collaborazione con La Provincia Pavese, Unione Nazionale Cronisti Italiani, Ordine Giornalisti Lombardia per integrare le cronache dei media con un resoconto oggettivo, puntuale ed esauriente dello svolgimento del processo in corso al Tribunale di Pavia in cui è imputato il presunto responsabile dell’uccisione del fotororeporter italiano Andrea Rocchelli e del giornalista russo Andrey Mironov. Questo testo è stato pubblicato sul sito web ossigeno.info ed è stato inviato a Vienna al Rappresentante per la Libertà dei Media dell’Osce, che segue con attenzione la vicenda. Leggi qui i precedenti articoli

«Il mio compito sulla collina era solo quello di sorvegliare. Non avevo a disposizione mortai». Ha descritto così i suoi compiti nella guardia nazionale ucraina Vitaly Markiv durante l’udienza di venerdì 15 marzo 2019, completamente incentrata proprio sull’esame delle sue dichiarazioni.

Markiv è imputato per l’omicidio del fotoreporter pavese Andy Rocchelli, ucciso in Ucraina mentre documentava le condizioni dei civili durante la guerra. «Il mio compito sulla collina era quello di sorvegliare la situazione – ha spiegato Markiv rispondendo alle domande del Pm Andrea Zanoncelli –. Se notavo dei movimenti sospetti lo comunicavo tramite radio ai miei superiori e attendevo ordini. I miei superiori a volte si confrontavano anche con gli ufficiali dell’esercito ucraino. Noi potevamo sparare solo per rispondere a un attacco». 

Markiv ha poi spiegato che la visuale sullo stabilimento della Zeus ceramica (la fabbrica vicino alla quale sono stati uccisi Andy Rocchelli e Andrei Mironov) era molto ridotta: «Non si vedeva bene a causa di un muro innalzato con i sacchi di sabbia Inoltre – ha detto – la distanza era molto elevata, più di 1.600 metri. Quindi vedevamo solo delle silhouette. Come militari della guardia nazionale non avevamo in dotazione mortai, ma soltanto fucili Ak-74 e qualche mitragliatrice. Tra fine maggio e inizio giugno 2014 sulla collina sono stati portati dei mortai ma erano a disposizione dell’esercito». 

Markiv è stato incalzato anche dagli avvocati della famiglia Rocchelli, Emanuele Tambuscio e Alessandra Ballerini, riguardo le fotografie ritrovate sul suo tablet che ritraggono un prigioniero di guerra incappucciato e con una catena al collo: «Sono foto che giravano nei gruppi Viber e Whatsapp – ha detto Markiv –, foto di terroristi filorussi catturati. La situazione lì era sempre più instabile». 

Giacomo Bertoni

Leggi qui gli altri articoli sul processo di Pavia

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