Ritorsioni contro Bolzoni dopo lo scoop su Montante

Dal 2015 al 2018 il giornalista Attilio Bolzoni ha subito intimidazioni, ritorsioni e gravi calunnie da parte di persone che hanno cercato di fermarlo incutendogli paura, isolandolo e screditando la sua reputazione personale e professionale per farlo apparire falsamente come un cronista fazioso e addirittura affiliato alla mafia. Bolzoni è uno dei giornalisti italiani più noti. Da quarant’anni scrive articoli e inchieste su mafia e criminalità organizzata, prima per il quotidiano L’Ora e poi, dal 1982 a oggi, per La Repubblica. Ha scritto numerosi libri sulla mafia ed è considerato uno dei massimi esperti italiani della materia. È uno dei fondatori di Ossigeno per l’Informazione (Leggi la sua biografia).

Alcuni autori degli ingiustificabili attacchi sono ignoti, altri invece sono stati identificati e arrestati a maggio del 2018 con l’accusa di associazione per delinquere. Alcune aggressioni sono state rivolte contro i familiari del giornalista.

Attilio Bolzoni è entrato nel mirino mentre raccoglieva informazioni sull’allarmante ipotesi, sostenuta da vari indizi, che un personaggio pubblico molto noto, l’imprenditore siciliano Antonello Montante, apprezzato pubblicamente quale campione della legalità e dell’impegno contro la mafia, in realtà, fosse segretamente coinvolto in episodi di corruzione e di collusione con ambienti criminali. Gli attacchi contro Bolzoni si sono intensificati dopo il 9 febbraio 2015, cioè dopo che La Repubblica ha pubblicato il suo scoop con il quale ha rivelato che la magistratura nutriva gli stessi sospetti e stava indagando sull’imprenditore.

La falsa antimafia

Dall’autunno del 2014, Bolzoni ha condotto un’inchiesta giornalistica a largo raggio sulla cosiddetta “falsa antimafia”, ovvero sul fatto che alcune associazioni impegnate pubblicamente a promuovere iniziative di sensibilizzazione contro la criminalità organizzata, erano allo stesso tempo beneficiarie di finanziamenti, di favore o di fondi provenienti dagli stessi ambienti da loro accusati di comportamento illegale. A questo argomento ha dedicato attenzione anche la Commissione Parlamentare Antimafia presieduta dall’on. Rosy Bindi.

Fra l’altro, Bolzoni aveva raccolto informazioni che facevano sorgere sospetti e seri dubbi sul ruolo effettivamente svolto nella lotta contro la mafia, negli ultimi dieci anni, da Confindustria Sicilia e in particolare dal suo massimo esponente: l’imprenditore Antonello Montante, 55 anni, presidente degli imprenditori siciliani, delegato per la legalità di Confindustria nazionale, patrocinatore di varie iniziative antimafia, amico di potenti uomini politici, legatissimo ad alti funzionari del Viminale e dei servizi segreti, pubblicamente conosciuto e apprezzato quale ispiratore e propugnatore di una radicale svolta, attuata dal 2007 in poi, dell’organizzazione più rappresentativa degli industriali italiani, per accentuare l’impegno degli imprenditori contro la mafia e soprattutto contro il “pizzo”.

Le intimidazioni e le ritorsioni contro Bolzoni si sono manifestate subito dopo che, il 9 febbraio 2015, egli e un altro giornalista di Repubblica, Francesco Viviano, avvalendosi di fonti riservate, avevano rivelato, in esclusiva, in un articolo la clamorosa notizia che in Sicilia due Procure della Repubblica stavano conducendo inchieste giudiziarie parallele su questo potente e immacolato industriale siciliano.

L’articolo rivelava che Antonello Montante era indagato (cioè sottoposto a indagini della magistratura) per concorso esterno in associazione mafiosa, reato che prevede la reclusione da uno a sette anni.

Nel maggio del 2018, queste inchieste hanno avuto un clamoroso sviluppo: Antonello Montante è stato arrestato (ed è tuttora in carcere) con l’accusa di capeggiare un’associazione per delinquere finalizzata alla corruzione e di avere spiato gli inquirenti che stavano investigando su di lui.

Lo scoop

Quell’articolo del 9 febbraio 2015, dal titolo “Antonello Montante, l’industriale paladino dell’antimafia sotto inchiesta in Sicilia per mafia”, firmato insieme a Francesco Viviano, (Leggi) ha fatto sensazione perché fino ad allora Montante era noto quale esempio di specchiata onestà e per il suo impegno a favore della legalità. L’articolo di Bolzoni e Viviano ha fatto apparire il potente imprenditore in una luce ben diversa.

Fino ad allora i vari articoli in cui Bolzoni aveva puntato il dito sui cospicui interessi che ruotavano intorno alla cosidetta “falsa antimafia” avevano suscitato reazioni risentite, ma niente di più.

Dopo la pubblicazione dell’articolo, qualcuno ha inviato lettere anonime alle autorità, accusando il giornalista di essere affiliato alla mafia. Alcune associazioni di categoria e la Federazione nazionale antiracket di Tano Grasso si sono schierate subito a favore dell’imprenditore Montante, diffondendo comunicati di solidarietà.

Si è cercato con ogni mezzo di screditare Bolzoni, intaccando la sua reputazione di persona onesta e di giornalista d’inchiesta noto e stimato per la sua competenza e la sua correttezza. Alcuni poliziotti hanno eseguito accertamenti non autorizzati su di lui. C’è stato un “accesso” illecito al sistema centrale del Ministero dell’Interno per verificare i suoi carichi pendenti. Ci sono state manovre per isolarlo, sono state esercitate pressioni sul suo editore (respinte al mittente). Il cronista si è accorto di essere pedinato da sconosciuti e ha subito incursioni violente nella sua vita privata. Fatti che ha denunciato alle autorità.

La procura della Repubblica di Caltanissetta e i poliziotti della squadra mobile di quella città hanno accertato questi episodi e li hanno riferiti nei rapporti compilati a conclusione delle loro indagini contro il “paladino della legalità” Antonello Montante.

Sono così emerse palesi manovre e calunnie al fine di screditare l’autore dello scoop, per togliere così ogni credibilità alle sue inchieste giornalistiche, per isolarlo, per fargli perdere l’incarico di seguire la vicenda per il quotidiano La Repubblica.

L’isolamento

L’isolamento e il silenzio degli altri giornali ci sono stati e hanno pesato molto. Si contano sulle dita di una mano i giornalisti che, oltre a Bolzoni, hanno pubblicato articoli sulla clamorosa inchiesta giudiziaria nei tre anni successivi dell’indagine conclusasi con l’arresto di Montante. A cominciare dal 2016, hanno rotto il silenzio Mario Barresi de La Sicilia di Catania e, con continuità, Salvo Palazzolo del quotidiano la Repubblica. Non si sono udite altre voci. Né sono state rese note le intimidazioni, gli attacchi e le varie iniziative con le quali si è cercato di screditare Attilio Bolzoni.

Tutti gli episodi che abbiamo elencato sono stati resi noti soltanto dopo che Antonello Montante, il 14 maggio 2018, è stato arrestato. Insieme a lui sono finiti in carcere altri personaggi (fra i quali un alto ufficiale dei servizi segreti, il capo della sicurezza di Confindustria). Un’altra ventina di personaggi è indagata a piede libero (fra gli altri, l’ex presidente del Senato Renato Schifani, il neo presidente di Sicindustria Giuseppe Catanzaro, gli imprenditori Totò Navarra e Carmelo Turco, l’ex presidente della Regione Sicilia Rosario Crocetta e un’assessora della sua Giunta).

Nell’ordinanza che dispone gli arresti, il giudice che ha autorizzato l’arresto di Montante ha ricordato esplicitamente lo scoop di Bolzoni del 2015 dando atto che quell’articolo ha rivelato fatti veri e lo ha fatto in modo corretto. In un’altra parte, l’ordinanza rende noto che, fra le carte sequestrate dalla polizia giudiziaria all’industriale siciliano, c’è una lettera anonima spedita, a novembre del 2015, ai vertici di Confindustria Sicilia. Nella lettera si afferma che “Bolzoni non va in giro come giornalista bensì come affiliato della mafia”. Questo particolare dell’inchiesta giudiziaria è stato reso pubblico con la massima evidenza dallo stesso Bolzoni con un articolo sul quotidiano Repubblica (leggi) nel quale, fra l’altro, il cronista afferma di nutrire qualche sospetto sull’identità dell’autore di quella lettera anonima e di avere qualche idea su come identificarlo.

Pressioni sull’editore

Sull’arresto di Montante la Commissione Antimafia della Regione Siciliana ha svolto numerose audizioni. Il 13 giugno 2018 la Commissione ha ascoltato Bolzoni. La Commissione ha appreso dal giornalista che dopo la pubblicazione della notizia sull’inchiesta giudiziaria a carico di Antonello Montante, il sindaco di Catania, Enzo Bianco, avrebbe esercitato pressioni nei confronti dell’editore e del direttore del quotidiano La Repubblica, affinché togliessero a Bolzoni l’incarico di seguire quell’inchiesta. Bolzoni ha precisato che editore e direttore lo informarono tempestivamente e lo esortarono ad andare avanti tranquillamente con il suo lavoro. Il sindaco Enzo Bianco ha negato di aver esercitato pressioni indebite e ha annunciato una querela per diffamazione.

Questo il commento di Bolzoni: «Aspetto con serenità la querela dell’ex sindaco ma sono sicuro che non la presenterà mai perché si ritroverebbe in una situazione ancora più sgradevole di quella in cui è scivolato. In caso di querela sarei costretto a dimostrare che quelle pressioni ci sono state e quindi sarei costretto a esibire in Tribunale le mail attraverso le quali lo stesso Bianco mostrava tutta la sua agitazione a causa della mia inchiesta giornalistica su Montante”.

In via riservata

Attilio Bolzoni è uno dei fondatori di “Ossigeno per l’Informazione” e ha informato più volte, in via riservata, i responsabili dell’Osservatorio circa le intimidazioni che subiva a causa della sua attività giornalistica.

Queste intimidazioni sono divenute universalmente note soltanto dopo gli arresti del 14 maggio 2018, anche se, come riferiamo a parte (vedi) già due anni prima, il 2 febbraio 2016, Bolzoni aveva tracciato in una sede istituzionale un quadro molto preciso su quanto stava accadendo in Sicilia intorno a quelli che aveva definito i “paladini della legalità” e intorno al “sistema Montante”.

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