Carcere per diffamazione? Il Governo risponde vagamente al Consiglio d’Europa

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Dice che in Parlamento c’è un progetto di legge per abolirlo, ma non dichiara qual è la sua volontà politica in proposito. Favorevole o contraria?

In merito all’abolizione del carcere per i giornalisti colpevoli di diffamazione a mezzo stampa il Governo ha risposto vagamente alla richiesta di spiegazioni del Consiglio d’Europa (Leggi). Ha rimandato al Parlamento senza dire se è favorevole o contrario. La sua volontà politica rimane indeterminata.

Il 5 maggio il Consiglio d’Europa aveva chiesto spiegazioni al Governo italiano in riferimento alla segnalazione (alert) inserita sulla sua Piattaforma per la protezione del giornalismo su iniziativa dell’Associazione dei Giornalisti Europei (AGE/AEJ). La segnalazione riferiva le preoccupazioni di Ossigeno per l’Informazione e dell’Ordine dei Giornalisti in merito alla posizione assunta dall’Avvocatura dello Stato in vista di una udienza del 9 giugno 2020 presso la Corte Costituzionale. In quella udienza, La Corte dirà se è legittimo e in accordo con la Costituzione punire con il carcere i colpevoli di diffamazione a mezzo stampa, che in gran parte sono dei giornalisti .

Il Governo ha risposto il 26 maggio 2020. L’Ambasciatore presso il Consiglio d’Europa ha trasmesso una nota tecnica, che si può leggere sulla Piattaforma.

In sostanza, questa nota ripete la solita solfa, la risposta burocratica che l’Italia fornisce da 20 anni alle istituzioni internazionali che le contestano la previsione della pena detentiva per il reato di diffamazione e la sua effettiva applicazione in centinaia di sentenze, un vero obbrobrio che rende le innumerevoli querele pretestuose un’arma di intimidazione ancora più potente.

In questa risposta, il Governo italiano ammette (e come potrebbe non farlo!) che il problema di abrogare il carcere esiste e aggiunge che il Parlamento si sta occupando della questione con progetto di legge, quello del senatore Caliendo che, in effetti, propone l’abolizione del carcere.

Ma è, per l’appunto, solo una proposta. E la sorte di questa proposta di legge, come tutti sappiamo, è estremamente incerta, anche a causa della posizione pilatesca dell’esecutivo.

Le previsioni pessimistiche sulla sorte di questo disegno di legge sono pienamente giustificate. Si basano su ciò che è già accaduto nelle ultime 5 legislature, durante le quali il Parlamento italiano, nei ritagli di tempo, ha esaminato e discusso alcuni progetti di legge analoghi a quello citato ora dal Governo, ma al termine di ciascuna delle cinque legislature il testo in esame non è stato approvato. Nella legislatura successiva, il Parlamento è ripartito dalla casella iniziale, come nel gioco dell’oca.

Perciò la risposta del Governo al Consiglio d’Europa non è rassicurante. Il Consiglio d’Europa e le altre istituzioni (fra le quali il Comitato dei Diritti Umani dell’ONU che periodicamente fa un’attenta revisione del rispetto degli impegni italiani) dovrebbero insistere per ottenere una risposta più chiara circa la situazione e la effettiva volontà del governo italiano.

Sarebbe grottesco accettare questa risposta come una giustificazione valida. È come se, controllando un malato che risulta infetto, i medici gli permettessero di sottrarsi all’isolamento perché egli esibisce una ricetta che gli prescrive una terapia. Tutti capiscono la differenza fra una diagnosi e una terapia. Fra una legge e un progetto di legge c’è la stessa differenza.

Per maggiori informazioni leggi

ASP

 

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