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Cafiero De Raho: dare prerogative ai giornalisti

Sono necessarie per proteggerli dagli attacchi pretestuosi – Quando si archivia una querela deve partire un processo per calunnia – Procure specializzate

Questa intervista al Procuratore Nazionale Antimafia Federico Cafiero De Raho è tratta dal Rapporto “Molta mafia, poche notizie”, realizzato Ossigeno per l’Informazione per il Centro Europeo per la Libertà di Stampa di Lipsia (ECPMF) con il il sostegno della Commissione Europea. Leggi il Rapporto

Quanta importanza attribuisce al ruolo che l’informazione può svolgere per rendere più efficace la lotta alla mafia e alla corruzione?

Tantissima. Il ruolo che il giornalismo può svolgere nel contrasto alla mafia e alla corruzione è altissimo e non è privo di rischi. Voglio ricordare che 28 giornalisti italiani sono stati uccisi fra il 1960 e il 1993 a causa del loro lavoro. Ben 11 di loro sono stati uccisi in Italia da mafie e terrorismo e gli altri 17 all’estero mentre documentavano fatti dello stesso genere. La silenziosa e tenace comunità formata dai cronisti, giovani e meno giovani, che ai nostri giorni fanno il loro lavoro affrontando rischi e sopportando il peso dell’isolamento, della solitudine e le conseguenze di problemi irrisolti, è certamente l’eredità più autentica e preziosa che ci hanno lasciato gli undici giornalisti italiani uccisi in quegli anni da mafie e terrorismo.

Quanti sono i giornalisti italiani che hanno subito minacce e intimidazioni?

Non è possibile dire un numero esatto. Ma certamente sono molti, come dicono i dati disponibili che qui riassumo. Nel 2017 i Comitati Provinciali per l’Ordine e la Sicurezza hanno rilevato 126 casi di intimidazione. Nello stesso anno gli stessi Comitati hanno proposto 176 “misure di vigilanza” per proteggere altrettanti giornalisti. L’Ufficio Centrale Interforze per la Sicurezza personale del Ministero dell’Interno ha accolto e applicato queste misure. Poi ci sono i dati forniti da “Ossigeno per l’Informazione”, l’osservatorio promosso dalla “Federazione Nazionale della Stampa Italiana” e dall’Ordine dei Giornalisti, che dal 2006 a oggi ha accertato oltre 3700 gravi violazioni nei confronti di altrettanti giornalisti e altri operatori dei media elencati nominativamente. Nel 2017, Ossigeno ha accertato gravi violazioni (intimidazioni, minacce, ritorsioni e abusi) nei confronti di 423 giornalisti, blogger, video operatori. Paragonando questo dato a quelli forniti dallo stesso Osservatorio per i dieci anni precedenti si deduce che questo fenomeno si manifesta con continuità e ha tuttora un andamento allarmante. A fronte di questa situazione, alla fine del 2017 è stato istituito presso il Ministero dell’Interno il “Centro di coordinamento delle attività di monitoraggio, analisi e scambio permanente di informazioni sul fenomeno degli atti intimidatori nei confronti dei giornalisti”. Al tavolo siedono anche il Presidente della Federazione Nazionale della Stampa Italiana (FNSI) ed il Presidente dell’Ordine dei Giornalisti.

Quante minacce nei confronti di giornalisti provengono dalla mafia? Fra i casi rilevati da Ossigeno risultano il 38 per cento.

Posso dire che gli episodi di violenza o intimidazione commessi da esponenti delle organizzazioni mafiose contro i giornalisti e altri operatori dell’informazione sono numerosi.

Quanto effettivamente l’informazione svolge il suo ruolo, in questo campo, in Italia?

Sono pochi i giornalisti che si dedicano ad affrontare le vicende di mafia e corruzione. È proprio la rappresentazione del fenomeno che non viene fatta, nella sua totalità né specificamente dove ci sono segnali evidenti e manifestazioni anche sui territori. Questa è la causa che espone di più i giornalisti perché, essendo pochi coloro che si dedicano a trattare questi temi, è chiaro che essi diventano per le mafie e le altre organizzazioni criminali l’obiettivo da colpire.

Ritiene che gli editori e i direttori dei giornali rifiutino proposte dei cronisti di trattare o approfondire notizie sulla mafia

La scarsa attenzione dei giornali è conseguenza di una precisa scelta editoriale. Non riesco proprio a capire su quale monitoraggio, su quale tipo di statistica o altra rilevazione seria si sia fondata questa scelta visto che il più delle volte si risponde a questa osservazione affermando che il tema delle mafie non interessa i lettori, la popolazione. A mio parere è vero proprio il contrario: la conoscenza delle mafie consente di contrastarle meglio. Così come la conoscenza della corruzione consente di comprenderla e prevenirla. Quindi tacere significa agevolare, sostenere, rendere più facile il compimento di determinate operazioni criminali. Le mafie sono forti perché a sostenerle vi è la diffusa omertà: il silenzio dettato dalla paura. Ci vorrebbero più giornali e più giornalisti impegnati a parlare di mafie, dei flussi finanziari che esse governano, della borghesia mafiosa, della collusione di esponenti dell’economia e della politica, delle modalità e dei canali di infiltrazione e inquinamento dell’economia legale. Le mafie vogliono il silenzio e per questo intimidiscono, aggrediscono e uccidono i giornalisti che parlando di loro richiamano l’attenzione degli organi di repressione dello Stato.

Può indicare inchieste giornalistiche che hanno aperto positivamente la strada a sviluppi investigativi e giudiziari importanti? Può citare degli esempi recenti?

Gli esempi sono numerosi. Mi limiterò a citarne cinque fra i più recenti:

  • Federica Angeli, giornalista del quotidiano la Repubblica che il 19 aprile 2018 ha testimoniato contro esponenti del clan Spada di Ostia anche per le minacce subìte da quando, nel 2013, ha cominciato a documentare, con i propri articoli, la mappa del potere e degli affari criminali delle famiglie mafiose di Ostia. Da cinque anni vive sotto protezione.
  • Daniele Piervincenzi, giornalista d’inchiesta freelance che si era recato a Ostia a intervistare Roberto Spada ed è stato selvaggiamente aggredito. Pochi giorni dopo la Procura della Repubblica di Roma ha emesso nei confronti dello Spada un provvedimento di fermo per il delitto di violenza privata aggravata dal metodo mafioso e lesioni pluriaggravate; è in corso di celebrazione il dibattimento;
  • Maria Grazia Mazzola, giornalista della Rai, è stata violentemente aggredita il 9 febbraio scorso in un quartiere di Bari nel quale sono insediate famiglie mafiose, dove si era recata per svolgere un’inchiesta giornalistica sui figli di quelle famiglie detenuti per omicidio e altri reati; anche per questa vicenda è in corso un procedimento penale (anche in questo caso è stata proposta l’applicazione dell’aggravante del metodo mafioso);
  • Paolo Borrometi, giornalista vittima di una violenta aggressione, che ha prodotto fratture in varie parti del corpo, ad opera di elementi della mafia siciliana; è anch’egli vive sotto protezione, dal 2014;
  • Michele Albanese, giornalista calabrese, vive sotto scorta dal 2014, La misura di protezione non è stata disposta in seguito a una minaccia diretta, ma per il contenuto di una conversazione intercettata dagli organi giudiziari in cui i vertici della ‘ndrangheta parlavano della molestia prodotta dai suoi articoli e discutevano le misure di rappresaglia da adottare.

Da questi episodi è venuto un ulteriore impulso ad attività investigative che in parte erano già in corso e hanno avuto un rilancio proprio grazie al mondo dell’informazione.

Fra i giornali locali e quelli a diffusione nazionale, ci sono ruoli, responsabilità e rischi differenziati per quanto riguarda l’informazione su mafia e corruzione?

È proprio la stampa locale quella che informa meglio sui fatti di mafia e corruzione. Quella informazione espone i cronisti locali alla minaccia e alla violenza mafiosa. Infatti sono molti i giornalisti che proprio per aver sviluppato informazione territoriale, anche in territori circoscritti, sono stati enormemente esposti al pericolo. Per fare qualche esempio, penso a Michele Albanese, a Paolo Borrometi. Ma ce ne sono tanti altri.

E i giornali nazionali?

Se i quotidiani a tiratura nazionale si muovessero con maggiore attenzione nell’affrontare le vicende di mafia, probabilmente i cronisti locali sarebbero meno esposti al rischio.

Che cosa si può fare in Italia per impedire il frequente uso pretestuoso, a scopo intimidatorio e di ritorsione, delle querele per diffamazione a mezzo stampa e delle cause per risarcimento danni?

Chi presenta una querela chiede di iniziare un procedimento penale contro qualcuno. Penso che quando la querela risulta infondata, chi l’ha presentata dovrebbe rispondere di calunnia aggravata. Bisognerebbe introdurre nel codice penale questa modifica per perseguire chi impedisce così l’esercizio della libera informazione. CI vuole qualcosa in grado di scoraggiare sia la querela pretestuosa sia la lite temeraria. È necessario perché è evidente che il giornalista è in genere la parte più debole rispetto alle persone o agli enti che sono oggetto dell’informazione che fornisce. Il giornalista è in genere un singolo che nell’esercizio della professione si muove in modo isolato e spesso non ha nemmeno un patrimonio che gli consente di far fronte a determinate richieste (di risarcimento) Ciò è evidente che quando il giornalista che svolge una funzione sociale conducendo un’inchiesta su centri di potere economico, politico, massonico eccetera, si trova fortemente esposto alla reazione si soggetti che in base ai loro patrimoni possono esercitare contro di lui azioni temerarie attivando strumenti in grado di intimidire chi svela circostanze ad essi sfavorevoli. È evidente che il giornalista dovrebbe essere protetto anche su questo versante.

Ossigeno condivide questa proposta e queste considerazioni. Inoltre ha già fatto osservare che il reato di calunnia potrebbe e dovrebbe essere attivato d’ufficio in base alle norme vigenti in tutti i casi in cui la calunnia risulti in modo documentale dagli atti prodotti dal querelante o dall’attore della causa per diffamazione a mezzo stampa contro il giornalista. Ossigeno ha proposto anche di concedere al giornalista uno stato giuridico specifico, riconoscendo le sue prerogative di soggetto professionale che esercitando correttamente il diritto di espressione e di informatore dell’opinione pubblica può anche danneggiare i soggetti che in considerazione del loro ruolo pubblico hanno diritto a una minore protezione della reputazione e della riservatezza, di soggetto professionale che ha diritto a una più piena protezione del segreto sull’identità delle sue fonti fiduciarie. Che cosa ne pensa?

Voglio essere preciso. Penso che il giornalista debba avere il suo status e non può essere soltanto quello deontologico, cioè quello che definisce i suoi doveri, ma anche quello che corrisponde alla dignità e alla possibilità di potere dire delle verità senza preoccuparsi delle conseguenze della verità che esprime. Bisognerebbe perciò intervenire in modo da disciplinare a pieno questo suo diritto. Probabilmente si potrebbe pensare a una sorta di valutazione preventiva, a un esame più approfondito laddove viene esercitata un’azione giudiziaria, una querela nei suoi confronti. Cioè un meccanismo che consenta di proteggerlo a meno che risulti chiarissima la sua responsabilità o di avere inventato la notizia o di avere utilizzato espressioni oggettivamente, fortemente offensive. Mentre laddove i diritto di informazione sia stato esercitata in modo corretto, il giornalista dovrebbe essere protetto.

Negli ultimi anni le Nazioni Unite hanno approvato quattro Risoluzioni per sollecitare misure di protezione dei giornalisti, rivolgendo varie raccomandazioni agli Stati Nazionali. Fra queste ce n’è una, condivisa in altri documenti del Consiglio d’Europa e dell’UNESCO e di altre istituzioni internazionali, che chiede di istituire in ogni paese una Procura specializzata per trattare i reati commessi contro i giornalisti e i procedimenti in cui sono perseguiti i giornalisti, in considerazione della delicatezza della materia e degli interessi coinvolti. Che cosa ne pensa?

Ovviamente non possono esserci né procuratori né giudici speciali. È invece giusto prevedere che ci siano magistrati specializzati su questa materia. Potrebbe essere uno strumento giusto per garantire ai giornalisti valutazioni effettivamente rispondenti alle esigenze di una stampa libera, come vuole la nostra Costituzione.

Come commenta l’elaborazione dei dati ufficiali forniti dal Ministero della Giustizia a Ossigeno, secondo cui, ogni anno, in Italia, il 92 per cento dei 5900 querelati per diffamazione a mezzo stampa vengono prosciolti (il 71 % in fase di indagini preliminari) e a 150 dei 455 condannati in primo grado vengono comminate pene detentive? Sono dati che abbiamo elaborato con estrema attenzione e sono stati scioccanti anche per noi.

Il dato sulle condanne a pene detentive mi sembra veramente troppo elevato. Non riesco a credere che corrisponda a ciò che effettivamente avviene. Ritengo che in Italia la pena detentiva a un giornalista venga comminata soltanto di fronte a una condotta di particolare gravità.

Qual è il maggiore ostacolo da rimuovere per avere una informazione più ampia su questa materia?

Bisognerebbe cominciare da un impulso della politica all’editoria. Ma già adesso gli editori dovrebbero finalizzare una parte maggiore del loro impegno al contrasto alle mafie, a questo compito che non spetta solo alle forze dell’ordine e alla magistratura e, purtroppo, è un problema dell’intero territorio nazionale. Bisogna comprendere che informare liberamente sulle mafie significa in qualche modo prevenire la contiguità soprattutto di quei soggetti che operano in campi in cui è facile cadere nell’invito di partecipare alle ricchezze mafiose. Probabilmente se la politica desse un segnale forte all’editoria, si potrebbe mobilitare un maggiore interesse dei giornalisti e non relegare le problematiche di mafia nella stampa specializzata affidandole soltanto a quei pochi giornalisti d’inchiesta che volontariamente si dedicano a questo settore.

Ritiene che l’informazione sulla mafia sia limitata anche dalla debole condizione economica e normativa della maggior parte dei giornalisti italiani, certificata fra l’altro dai recenti rapporti dell’Osservatorio sul Giornalismo dell’AGCOM?

Credo di sì. Molti dei giornalisti minacciati sono freelance, liberi professionisti, opinionisti. I giornalisti con un contratto di lavoro stabile sono un quarto degli operatori del settore. A ciò si aggiunge una crescente contrazione delle retribuzioni. È da rilevare inoltre che pochissimi giornalisti scrivono articoli sulle mafie, sui loro rapporti con la politica e sull’infiltrazione nell’economia. Vi è anche un problema che riguarda le scelte editoriali, i condizionamenti e le infiltrazioni nel settore dell’editoria che, come qualunque altro settore di interesse delle mafie, può costituire un obiettivo al fine di acquisire la proprietà e il controllo di imprese del settore. Ricordo che il 24 settembre 2018, in Italia, è stata data esecuzione a una misura di prevenzione che ha comportato il sequestro giudiziario della proprietà del quotidiano “La Sicilia” di Catania, della maggioranza delle quote di proprietà di un altro quotidiano, la “Gazzetta del Mezzogiorno” di Bari e di due emittenti televisive.

È necessario e urgente costruire condizioni di maggiore sicurezza, anche sul piano retributivo, e di piena dignità professionale per gli operatori dell’informazione, soprattutto di quelli che operano nei territori più esposti, più colpiti dalla violenza mafiosa o dall’arroganza dei poteri. E’ una grave lacuna non avere ancora normato la figura del giornalista freelance, che è di fatto l’ossatura dell’intero sistema informativo italiano. L’assenza di un chiaro e adeguato quadro normativo è fonte di rischi per questi operatori, molti dei quali seppure si trovano a lavorare in queste condizioni, sopportano l’isolamento e la solitudine e sfidano i pericoli.

Ritiene adeguato l’attuale dispositivo italiano di protezione dei giornalisti minacciati?

Conosco il sistema italiano e lo considero efficiente. Sottolineo che esso non prevede soltanto la gestione e l’assegnazione delle scorte ai giornalisti che chiedono di essere protetti, ma anche un ruolo attivo degli apparati investigativi per scoprire e sventare progetti di rappresaglia e ritorsioni nei confronti dei giornalisti. Ad esempio, nel caso di Michele Albanese, come in altri casi, la Procura della Repubblica ha informato subito il Prefetto competente delle minacce al giornaliste che gli investigatori avevano scoperto ascoltando una conversazione telefonica intercettata. Lo Procura ha informato il Prefetto senza attendere che quella informazione fosse utilizzata nel procedimento penale per il quale era stata captata Contestualmente La Procura ha chiesto misure di protezione idonee da applicare con urgenza, come in effetti è avvenuto.

Da ultimo, il 6 ottobre 2018, in Bulgaria è stata uccisa la nota giornalista Viktoria Marinova, di 30 anni. La giornalista bulgara, reporter del canale televisivo privato Tvn di Russe, nel nord della Bulgaria aveva presentato, qualche giorno prima, un’inchiesta giornalistica che riguardava una gigantesca frode legata all’appropriazione indebita di fondi europei. Come rileva un rapporto di “Reporters sans frontières”, pubblicato lo scorso luglio, i giornalisti bulgari sono soggetti a pressioni di ogni tipo. Nell’indice “Word Press Freedom”, la Bulgaria continua a scendere raggiungendo nel 2018 il 111° posto su 180. Anche se le indagini hanno poi fatto inserire questo delitto fra gli episodi di violenza sessuale che si concludono con l’omicidio, l’uccisione di Viktoria Marinova ha riacceso il dibattito sulla necessità di misure più idonee per proteggere i giornalisti, un dibattito tornato di attualità nell’ultimo anno con altri due omicidi.

Un anno fa, il 16 ottobre 2017, a Malta, ignoti attentatori hanno ucciso la giornalista di inchiesta Daphne Caruana Galizia, facendo esplodere la sua autovettura. Daphne Caruana Galizia stava raccogliendo informazioni sul crimine e la corruzione fra le Autorità maltesi. Su questo delitto non è stata ancora fatta luce piena.

Pochi mesi dopo, il 21 febbraio 2018, in Slovacchia, è stato assassinato il giornalista Jan Kuciak., di 27 anni, insieme alla sua fidanzata, di 25 anni. Questo duplice omicidio ha chiamato in causa responsabilità del Primo Ministro slovacco. Da tempo il reporter portava avanti un’inchiesta sui legami tra un imprenditore vicino alla ‘ndrangheta e uomini politici slovacchi.

Che cosa si potrebbe fare per evitare che negli altri paesi le minacce ai giornalisti abbiano altri esiti tragici? Quanto è importante il monitoraggio continuativo delle intimidazioni?

Il monitoraggio è importante ed è necessario che gli Stati affermino con forza il diritto fondamentale della libertà di stampa e di espressione, di cui è manifestazione il diritto di tutti di comunicare liberamente idee, opinioni e informazioni attuali e di pubblico interesse. Occorre che i singoli Stati, nell’attività di contrasto alla criminalità organizzata, di cui è documento fondamentale la Convenzione di Palermo, guardino alla necessità di istituire un monitoraggio delle più gravi violazioni di questi diritti, finalizzato alla verifica dell’esistenza in ciascun paese di un quadro normativo specifico per la difesa della libertà di stampa e di meccanismi di protezione idonei, attivati dalle istituzioni di ciascun paese per la salvaguardia della libertà di stampa e la incolumità dei giornalisti. Le intimidazioni, le minacce, gli abusi condizionano il diritto di migliaia di operatori dell’informazione.

Ritiene che un monitoraggio attendibile delle minacce e la tempestiva comunicazione pubblica degli episodi che vengono accertati, rafforzi la sicurezza dei giornalisti minacciati o intimiditi?

Il monitoraggio è fondamentale. È importante che in Italia ci sia l’osservatorio Ossigeno promosso dalla Fnsi e dall’Odg che monitora con grande precisione il fenomeno delle minacce rivolte ai giornalisti e che nel 2017 presso il Ministero dell’Interno nel 2017 sia stato istituito il Centro di monitoraggio, analisi permanente e scambio di informazioni sul fenomeno degli atti di intimidazione nei confronti dei giornalisti di cui ho già parlato. Inoltre anche la Direzione Nazionale Antimafia sta monitorando questo fenomeno per quanto riguarda il versante dell’esposizione nei territori più inquinati dalle mafie nei quali diversi giornalisti sono sotto protezione proprio in conseguenza delle informazioni che hanno diffuso.

Quando si assegna la protezione a un giornalista minacciato? Chi lo decide? E quali sono le misure di protezione previste?

In Italia concedere protezione a un giornalista minacciato o aggredito è una prassi. Il tipo e il livello della protezione sono diversi a seconda del grado di pericolo rilevato. In ogni caso, ogni volta che risulta una minaccia o una violenza, l’ufficio giudiziario inquirente della Procura della Repubblica competente per territorio, apre un’indagine e la conduce in modo serio e con tempestività, al fine di approfondire il contesto. Laddove risulti un contesto di mafia, si procede con urgenza all’acquisizione delle prove, attivando misure cautelari personali, quando ne ricorrano i presupposti, e il canale parallelo della misura di protezione personale per il giornalista. Essa può consistere in una vigilanza saltuaria, o fissa al domicilio e al luogo di lavoro, nell’assegnazione di un agente delle forze dell’ordine che ha il compito di tutelare la persona minacciata e viene dotato, a seconda dei casi, di un’autovettura ordinaria o protetta. Sono previsti quattro livelli di protezione.

Diversi giornalisti hanno il III o IV livello di protezione, quelli corrispondenti alla prevenzione del massimo rischio.

Inoltre, per i giornalisti impegnati all’espletamento di inchieste in territori di mafia il Questore o il Comandante Provinciale dei Carabinieri dispone ‘osservazioni a distanza’, al fine di prevenire atti di violenza.

Laddove le indagini condotte dai Procuratori della Repubblica evidenzino elementi di rischio per i giornalisti, essi lo segnalano immediatamente al Prefetto, l’Autorità governativa provinciale preposta all’applicazione delle misure di protezione.

In tali contesti anche la Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo esercita un costante monitoraggio al fine di rilevare eventuali elementi di collegamento o coordinamento investigativo a livello nazionale.

ASP

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