Newsletter – 16 luglio 2018

Gli ultimi avvistamenti dell’Osservatorio

Lunedì 16 luglio 2018

ULTIMORA/ Padova. Nella notte spari contro la casa di un cronista
Ignoti, tra sabato 15 e domenica 16, hanno sparato cinque colpi di pistola contro l’abitazione di Ario Gervasutti, caporedattore de Il Gazzettino. Indagano i carabinieri

Altri 24 episodi ingiustificabili verificati e certificati
I bersagli sono stati: Giacomo Di Girolamo e la redazione di Tp24, il cronista Gian Joseph Morici, Mario De Michele (due volte), Marilù Mastrogiovanni e altri 15 giornalisti

più altre 24 probabili intimidazioni
L’Osservatorio ha chiesto ad altre organizzazioni di verificare la fondatezza e di accertare, di conseguenza, se è necessario accorrere in aiuto di giornalisti o blogger in difficoltà

Leggi tutti i recenti avvistamenti:

EDITORIALE – Quando finiranno le schermaglie fra vecchi e nuovi?

INGRANDIMENTI

Mafia. Misteri e minacce per il Caravaggio sparito da Palermo
Dopo 49 anni un pentito di mafia dice chi potrebbe sapere dov’è finito. Un giornalista cerca di saperne di più e riceve una telefonata minacciosa

Orta di Atella (Ce). Adesso basta! 4 proiettili a un giornalista
In una busta anonima dopo gli articoli su una speculazione edilizia. Destinatario Mario De Michele, direttore di CampaniaNotizie.com

Diffamazione. Inpgi vuole 1,1 milioni € da 15 giornalisti
Per critiche agli amministratori durante un processo per truffa in cui l’istituto di previdenza ha rischiato di  perdere 8 milioni €

APPUNTAMENTI

S.O.S. Cronisti. Ossigeno e Asr incontrano redazioni
Al via i primi tre incontri con i giornalisti dell’Agenzia Dire, di Avvenire e di HuffingtonPost. In calendario altri appuntamenti. Obiettivo: rompere il muro della solitudine e accrescere consapevolezza

     LEGGI E SENTENZE

Diffamazione. Anche direttori online rispondono di omesso controllo

MAPPE

59mila detenuti, 1 su 3 straniero, 120 rimpatri l’anno

In 5 anni -2704 giornalisti con contratti a tempo indeterminato

Ossigeno ha accertato 3600 intimidazioni a giornalisti

POSTA

Ci scrive Franco Oddo della Civetta di Siracusa
“Ringrazio Ossigeno per il sostegno in tutti questi anni e confido nella Giustizia. Del resto, cos’altro potrei fare?”

Fortune Italia spiega che ha sbagliato

LEGGI LA PRECEDENTE NEWSLETTER

Come produciamo queste informazioni – Le informazioni sulle intimidazioni, le minacce e gli abusi contro giornalisti e blogger e sulle più gravi violazioni della libertà di stampa e di espressione che si verificano in Italia sono tratte dal monitoraggio continuativo del fenomeno che Ossigeno per l’Informazione Onlus fa dal 2008 in poi, con un metodo scientifico che poggia su due pilastri: la veridica dei fatti e il volontariato professionale.

  

Aiutaci anche tu a produrre Ossigeno per l’informazione. Scrivi il nostro codice fiscale 97682750589 sulla tua dichiarazione dei redditi per assegnare il 5 per 1000 alla nostra ONLUS. Così ci fai una donazione senza spendere un euro

Newsletter – 9 luglio 2018

Gli ultimi avvistamenti dell’Osservatorio

 Lunedì 9 luglio 2018

 

Editoriale- Gli attacchi continuano ma qualcosa è cambiato

Altri 10 episodi ingiustificabili verificati e certificati

I bersagli sono stati: Carlo Carillo, Mario De Michele, Antonio Loconte, Filippo Graziosi, Ferruccio Sansa, Marco Preve, Matteo Indice,  Lucio Gambera, Nello Trocchia e Riccardo Cremona

 

+ altri 10 probabili

L’Osservatorio ha chiesto ad altre organizzazioni di verificare la fondatezza e di accertare, di conseguenza, se è necessario accorrere in aiuto di giornalisti o blogger in difficoltà

 

Leggi tutti i più recenti avvistamenti:

https://www.ossigeno.info/osservazioni/

 

INGRANDIMENTI

Giudice contesta interruzione pubblico servizio ad aggressore cronisti tv

L’uomo che a luglio 2017 a Vieste si scagliò contro il giornalista Nello Trocchia mentre realizzava un servizio per Nemo (Rai2) è obbligato a presentarsi ogni giorno alla polizia

Siracusa. Due anni e 8 mesi per le minacce a Borrometi

Diffamazione. Chiesti 1,5 milioni € danni. Tribunale respinge

Foto Riina jr a Padova. Sequestrato computer di una giornalista

Mafioso detenuto rilascia intervista e insulta un cronista

Da nave Sea Watch 3 filmano salvataggio migranti. Polizia copia file dei giornalisti

 

Come produciamo queste informazioni

Le informazioni sulle intimidazioni, le minacce e gli abusi contro giornalisti e blogger e sulle più gravi violazioni della libertà di stampa e di espressione che si verificano in Italia sono tratte dal monitoraggio continuativo del fenomeno che Ossigeno per l’Informazione Onlus fa dal 2008 in poi, con un metodo scientifico che poggia su due pilastri: la veridica dei fatti e il volontariato professionale.

 

FAKE NEWS

Secondo Fortune Italia la diffamazione sarebbe stata depenalizzata

Ma la notizia appresa non ha rispondenza negli atti parlamentari né sulla Gazzetta Ufficiale

 

Paolo Fallai consiglia: diffidate sempre di tutti, a costo di essere antipatici

 

MAPPE

Libertà di stampa in calo nell’area Osce, dice Harlem Dèsir

 

IDEE

Difendere meglio la libertà di cronaca e di espressione. Come?

Cosa propongono i “telex” inviati a Ossigeno il 21 giugno in occasione della Festa Europea della Musica, celebrata con un concerto alla Casa del Jazz

 

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Non si chiama censura ma imbavaglia i giornalisti in tutta Europa. Che cos’è?  

UNA PROPOSTA DI OSSIGENO PER SCOPRIRLO E COMBATTERLA

CHI SIAMO

Ossigeno per l’informazione è un’associazione italiana senza fini di lucro (non profit) fondata nel 2008 da un gruppo di giornalisti di lunga esperienza. Essa opera con il volontariato professionale, con il patrocinio del sindacato unitario dei giornalisti (FNSI) e dell’organizzazione che concede ai giornalisti italiani l’abilitazione a esercitare la professione (Ordine dei Giornalisti). Ossigeno collabora con varie istituzioni italiane ed europee .

 

DI COSA CI OCCUPIAMO

Ossigeno fa una osservazione attenta e continuativa di quelle violazioni della libertà di espressione e di stampa che hanno lo scopo di impedire la libera circolazione di idee, opinioni, notizie sgradite al potere. In particolare Ossigeno osserva e studia le limitazioni della libertà di espressione e di stampa attuate in Italia, a danno di giornalisti, blogger, editori, con minacce e altri metodi violenti o con l’abuso del diritto di difendere la propria reputazione o l’esercizio di altri diritti, Questa osservazione ha permesso di pubblicare i nomi di 2730 vittime di queste violazioni e di richiamare così l’attenzione pubblica su questo fenomeno trascurato dai media e poco noto ai cittadini. L’indagine di Ossigeno ha segnalato la natura e le vaste proporzioni del fenomeno e ha spinto il Parlamento e il Governo ad annunciare delle iniziative specifiche per la protezione dei giornalisti e per la repressione degli abusi. Per fare questa indagine Ossigeno ha usato uno strumento di indagine scientifico (il Rivelatore della Censura) che mette a disposizione di chi vuole condurre la stessa indagine in altri paesi europei democratici simili all’Italia, nei paesi nei quali si presume che si verifichino le stesse violazioni senza che nessuno ne parli, proprio come accadeva in Italia prima che Ossigeno pubblicasse i suoi dati inconfutabili.

QUALI SONO QUESTE VIOLAZIONI

Occorre sottolineare che il metodo di indagine di Ossigeno si applica ai paesi occidentali che riconoscono pienamente la libertà di stampa e di espressione. L’ipotesi di ricerca, che in Italia è stata confermata, è la seguente: in questi paesi la limitazione della libertà di stampa e di espressione si realizza più o meno ampiamente con metodi apertamente illegali, compiendo reati o abusi che non vengono adeguatamente perseguiti, allo scopo di impedire a giornalisti, blogger, opinionisti, editori di pubblicare determinate informazioni sgradite a personaggi dotati di potere o di forza criminale. I reati strumentali più frequenti sono intimidazioni, minacce, ritorsioni, attacchi fisici, danneggiamenti, furti di archivi o strumenti di lavoro. Gli abusi più ricorrenti sono le querele pretestuose per diffamazione, le richieste di danni basate su presupposti falsi o esagerati, l’esclusione da eventi pubblici, le accuse di violazione del segreto di indagine, il sequestro di archivi, attrezzature e siti web, le discriminazioni sul lavoro.

 

QUALI RISULTATI HA OTTENUTO L’INDAGINE DI OSSIGENO

L’indagine condotta in Italia ha evidenziato che queste violazioni non sono sporadiche, sono la manifestazioni di una malattia del sistema democratico, una malattia che ha cause e caratteristiche precise e probabilmente è presente in vari paesi. Ossigeno avverte la responsabilità di scuotere la disattenzione generale che sta permettendo a questa malattia di diffondersi in tutti quei paesi che hanno messo al bando la censura classica ma non si difendono da queste sue varianti.

 

L’indagine di Ossigeno ha scosso l’incredulità generale, ha acceso la luce e ha fatto vedere che in Italia accade ciò che tutti negavano. Le analisi e i convegni di Ossigeno hanno messo in luce i nodi da sciogliere, anche in campo legislativo, evidenziando problemi (come la mancanza di protezione penale per la libertà di stampa, le querele pretestuose) presenti anche in altri paesi. L’indagine di Ossigeno ha introdotto questi temi nell’agenda politica e adesso, lentamente, le cose stanno cambiando. Di recente la Commissione Antimafia del Parlamento italiano ha raccolto l’invito di Ossigeno per l’Informazione a considerare questo aspetto e a affrontare il fenomeno anche sul piano legislativo. Il Parlamento ha sottoscritto questo impegno, con il consenso del Governo. Non è una ancora soluzione, ma è un grande passo avanti.

 

IL PARADOSSO ITALIANO

La situazione italiana è per molti aspetti  paradossale. Come ha detto il Ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, in Italia la stampa è libera, ma i giornalisti non lo sono. E’ paradossale che in questo paese, libero e democratico, migliaia di giornalisti possano essere bersagliati impunemente da intimidazioni, minacce e abusi vari da chi non gradisce le notizie che pubblicano e cerca di impedirlo. E’ paradossale che ciò avvenga da molti anni e soltanto adesso si cominci a parlarne apertamente. Si tratta di evidenti violazioni della libertà di espressione e di stampa, che fino a pochi mesi fa sono stati ignorati o comunque non sono stati considerati sotto questo aspetto, né dalle autorità e né dai media.

 

COSA FARE NEGLI ALTRI PAESI

Non bisogna cedere alla tentazione di considerare sbrigativamente il paradosso italiano un caso a sé stante. Forse l’Italia è malata come e quanto la Germania, la Spagna, la Francia, il Belgio e altri paesi, e dunque anche questi paesi dovrebbero curarsi. C’è un solo modo per saperlo: sottoporre questi paesi alle stesse analisi che hanno rivelato il paradosso italiano, alla prova del Rivelatore di Censura. E’ quanto si propone di fare Ossigeno nei prossimi anni. L’osservatorio italiano sta perciò cercando in ciascuno di questi paesi dei partner interessati a condividere e realizzare questo progetto, che richiede volontariato, professionalità e la formazione di osservatori capaci di documentare anche le violazioni non riferite dai media.

E’ importante sottolineare che per produrre dati non influenzati dalle autorità, spetta alle ONG e non alle istituzioni pubbliche osservare e segnalare le violazioni di questi e di altri diritti.

Se i giornali funzionassero come i treni

Ci sono questioni che crediamo di conoscere bene, ma delle quali ci sfuggono aspetti e particolari essenziali finché qualcuno o qualcosa non li fa notare. A me è accaduto tanti anni fa, in Sicilia, quando fu ucciso mio fratello. Quella esperienza, che ho raccontato in un libro che spero di pubblicare anche in Spagna, ha ispirato tutta la mia vita.

Eravamo entrambi molto giovani. Lui era un giornalista. Aveva 25 anni e conduceva un’inchiesta giornalistica su un oscuro omicidio. Pubblicò in esclusiva alcune notizie clamorose, in particolare una che altri non avevano voluto pubblicare, sebbene fosse vera, perché danneggiava gli interessi di persone potenti. Fu ucciso e non fu possibile ottenere la punizione che i responsabili meritavano. Questa tragedia mi ha fatto vedere in un’altra luce la professione giornalistica, che da allora io stesso cominciai a praticare. Da allora rifletto sui molti rischi e sulle gravi ritorsioni che i giornalisti subiscono nello svolgimento del loro lavoro, sulle violenze che ostacolano la ricerca della verità e la pubblicazione di notizie su persone dotate di potere, di influenza o di forza criminale. Ho scoperto che queste cose accadono più spesso di quanto possiamo immaginare e perciò tutti dovremmo occuparcene per impedirlo.

Da quando ho scoperto questo lato drammatico della professione giornalistica ho fatto tutto il possibile per cambiare la situazione e non perdo occasione per invitare gli altri a scoprire questo problema e a fare la loro parte per risolverlo.

Ovviamente le soluzioni devono essere trovate da chi fa le leggi e da chi le fa applicare. Ma credo anche che i giornalisti e le loro organizzazioni possano fare molto più di ciò che fanno per segnalare questo problema. Credo che questo compito non spetti soltanto ai giornalisti, ma a tutti i cittadini, anche agli studenti, perché le minacce ai giornalisti danneggiano tutti, poiché impediscono di esercitare un diritto che è di tutti, un diritto poco conosciuto e poco rivendicato, ma fondamentale: il diritto di ricevere e di diffondere informazioni.

Per entrare in argomento, voglio ricordare cos’è l’informazione giornalistica. La nostra società assegna a essa la funzione di permettere la libera circolazione delle idee, delle opinioni e delle informazioni di interesse pubblico, cioè di quelle informazioni che ci sono necessarie, in quanto cittadini, per partecipare alla vita pubblica. Dobbiamo sapere che questa funzione è importante e insostituibile e che la libertà di informazione non è una pretesa, ma un diritto. Dobbiamo sottolineare che il nostro diritto di ricevere e diffondere liberamente informazioni riguarda tutte le informazioni di interesse pubblico, eccetto quelle che potrebbero danneggiare la sicurezza nazionale e quelle che, in certe fasi delle indagini, devono restare segrete per consentire alla magistratura e alle forze dell’ordine di accertare colpe e responsabilità. La libertà di informazione è dunque molto ampia, ed ciò è giustificato dal fatto che questa libertà è un presupposto della democrazia. Ma dobbiamo anche sapere che nella realtà questa libertà subisce numerose limitazioni, alcune delle quali arbitrarie e inaccettabili, contrarie alla legge e alla Costituzione, in quanto ci impediscono di conoscere informazioni importanti.

E’ vero che ognuno di noi riceve ogni giorno un flusso imponente di informazioni, ma se guardiamo bene nell’universo informativo che ci sommerge abbondano le informazioni di cui possiamo fare a meno e invece mancano spesso notizie importanti che avremmo diritto di conoscere e che ci sarebbero utili per sapere cosa accade intorno a noi e partecipare alla vita pubblica. Mi riferisco alle informazioni importanti e delicate su comportamenti scorretti del potere e di chi lo esercita, ai retroscena delle attività illegali, della corruzione, dei traffici delle mafie che coinvolgono personaggi pubblici.

Ciò non dovrebbe accadere in base al diritto all’informazione sancito dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e dalla Convenzione Europea dei Diritti Fondamentali recepite nelle Carte Costituzionali nei nostri paesi. In base a questi principi solennemente affermati, anche queste informazioni di interesse pubblico dovrebbero essere veicolate ai cittadini attraverso i media. In aderenza a questi principi il sistema mediatico deve essere imparziale. Se vogliamo fare un paragone, deve funzionare come i trasporti pubblici, che trasportano i passeggeri, qualunque passeggero, dove essi vogliono andare, indipendentemente da ciò che pensano, dalle loro intenzioni e dalle idee politiche che professano. L’imparzialità del trasporto pubblico è un diritto talmente radicato da suscitare immediate proteste e interventi delle autorità pubbliche se qualcuno impedisce arbitrariamente a un passeggero di servirsene liberamente.

Invece la parzialità e la discrezionalità dell’informazione è ampiamente tollerata. Ogni giorno i giornali e i giornalisti scelgono i “passeggeri” da trasportare, ne scartano alcuni per propria convenienza politica o economica o perché è – o potrebbe essere – rischioso fare diversamente. Ogni giorno alcune informazioni importanti vengono scartate a causa di minacce, intimidazioni, ritorsioni violente certe o probabili, o di abusi che colpiscono in particolare giornalisti e bloggers impegnati a riferire dei fatti di interesse pubblico. Ciò avviene tutti i giorni ma raramente si leva qualche protesta. Eppure sarebbe doveroso contrastare queste minacce e queste ritorsioni che sono già molto frequenti ed estesi e stanno aumentano in modo preoccupante anche grazie al silenzio che le circonda. Sarebbe necessario intervenire perché questi mediti sono contrari alla legge e oscurano molte informazioni che noi cittadini abbiamo il diritto e la necessità di conoscere. Sarebbe necessario intervenire perché la prassi della raccolta differenziata delle notizie crea gravissime difficoltà ai giornalisti che fanno correttamente il loro lavoro.

Questo fenomeno non ha un nome preciso e anche per questo è difficile parlarne. Perciò innanzitutto dobbiamo dargli un nome. Se riflettiamo sul concetto di storico di censura non è difficile capire che si tratta di una sua variante, che i termini giusti da usare sono“censura violenta” e “censura mascherata”.

La censura storica è quella applicata per legge, ormai soltanto nei paesi autoritari. Essa consente di chiudere i giornali che pubblicano notizie sul potere e sui potenti senza una specifica autorizzazione, e di punire i giornalisti che non rispettano il divieto.

La “censura violenta” e la “censura mascherata” è la variante praticata nei paesi democratici. In essi la legge vieta formalmente ogni limitazione della libertà di informazione. Perciò si fa strada mascherandosi, ricorrendo alla violenza e agli abusi e utilizzando vuoti legislativi, omissioni e inadempienze dei controllori.

Il primo a parlare di censura mascherata è stato, nel 2012, il Commissario per i Diritti Umani, Nils Muiznieks. Le minacce e gli attacchi contro i giornalisti, ha affermato, equivalgono alla censura in quanto mirano a “chiudere loro la bocca e a convincerli a non andare avanti con il loro lavoro”. Citando una sentenza della Corte di Strasburgo, Muiznieks ha ricordato che i governi nazionali hanno l’obbligo di creare un ambiente favorevole che consenta ai giornalisti di pubblicare senza timore di violenza e ritorsioni anche le informazioni e le opinioni che possono essere considerate scomode da chi detiene il potere economico, culturale o politico. Siamo grati al Commissario per i Diritti Umani, perché con questa efficace definizione ha acceso una luce su questo fenomeno che tutti si sforzano di non vedere. Nel 2015 il Commissario ha anche proposto di creare una rete paneuropea di osservatorii nazionali sulla violenza contro i giornalisti per sollevare questione. E’ la strada giusta. Vediamo perché.

Il silenzio sulle minacce ai giornalisti e una conditio sine qua non per praticare la censura violenta e mascherata. Infatti i paesi liberi e democratici possono rinunciare a contrastare le manifestazioni della censura e delle sue subdole varianti soltanto negandone l’esistenza. Perciò negano ostinatamente che questa censura si manifesti. Lo negano fino a quando l’evidenza dei fatti lo impedisce. Quando finalmente sono costretti ad ammetterne l’esistenza, cominciano a contrastarla, perché diversamente dovrebbero rispondere alle istituzioni internazionali della violazione di uno dei diritti costitutivi dello stato di diritto, di un diritto fondamentale che formalmente e solennemente riconoscono e affermano.

Il silenzio dei media ha motivazioni analoghe. Alcuni giornali sono vittime impotenti della censura violenta o mascherata, altri ne sono complici, altri – la maggior parte – cercano di convivere con i ricatti e possono farlo soltanto finché negano di subirla. Appena lo ammettono devono contrastarla apertamente per difendere la propria credibilità.

Il silenzio dei giornalisti minacciati è altrettanto grave, ma è giustificato dalla paura, dall’isolamento dei loro stessi colleghi, di coloro che silenziosamente praticano l’autocensura e spesso dicono al malcapitato: “Chi te lo faceva fare?”

In Italia abbiamo studiato queste dinamiche. Dopo averle ipotizzate le abbiamo accertate. Sono risultate vere dopo attente verifiche sul campo. Recentemente la Commissione Parlamentare Antimafia e il Parlamento le hanno certificate.

Quindi noi ormai sappiamo cosa accade in Italia: sappiamo che è facile abusare della querela per diffamazione, escludere un giornalista non gradito da un luogo o da un evento pubblico, minacciare un giornalista che pubblica informazioni sgradite, che è facile commettere questi e altri abusi e non subire alcuna sanzione. Noi possiamo affermare con assolata certezza che questa prassi è diffusa, tollerata, accettata.

Cosa accade in altri paesi democratici come il vostro? Noi chiediamo di verificarlo organizzandoci, come abbiamo fatto in Italia, per rispondere in ogni paese europeo libero e democratico a queste domande:

Come si manifesta la censura violenta e mascherata? Quanti e quali giornalisti subiscono minacce, ritorsioni, abusi? Quali e quante minacce rimangono impunite? Come e da chi è avvertito il danno arrecato ai cittadini e alla vita pubblica? Quali e quante informazioni vengono ostacolate o oscurate da minacce, abusi e trasgressioni varie del diritto di espressione e di stampa?

In Italia abbiamo risposto a queste domande ma nessuno ci dice cosa accade negli altri paesi. Finora nessuno ha sentito l’esigenza di rispondere a queste domande, di raccogliere dati dettagliati e oggettivi su queste violazioni, come si fa per le violazioni di altri diritti elencati nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Ma è tempo di farlo per vincere il negazionismo e costringere così le autorità a reagire, ad approvare leggi più adeguate, a turare falle e scappatoie che consentono l’impunità a chi commette violenze e abusi.

La nostra esperienza ha dimostrato che, con pochi mezzi e molta determinazione, la società civile può scuotere la politica e costringerla ad affrontare questo problema. “Ossigeno per l’Informazione”, l’associazione di volontariato che ho l’onore di dirigere, è una organizzazione non governativa fondata nel 2008 da un gruppo di giornalisti proprio per rompere il tabù delle minacce ai giornalisti e delle notizie oscurate con la violenza.

Quando Ossigeno per l’Informazione ha cominciato a operare nessuno ammetteva che le minacce fossero gravi e numerose. Nessuno voleva parlarne, neppure i sindacati dei giornalisti, tantomeno i giornali. Nessuno teneva il conto delle minacce. Nessuno aiutava i giornalisti minacciati a resistere. Ossigeno per l’Informazione ha colmato questo vuoto e ha acceso la luce sul fenomeno. Lo ha fatto accertando i fatti con il metodo dell’ inchiesta giornalistica e rendendoli noti sul web con aggiornamenti quotidiani.

Ciò che abbiamo accertato con questo lavoro è impressionante, supera la nostra stessa immaginazione. Ma è tutto vero. Le violenze e gli abusi contro i giornalisti sono migliaia, sono frequenti, hanno una diffusione continua e capillare in tutto il territorio nazionale e in gran parte riescono a produrre l’effetto censorio voluto dai violenti poiché non sono contrastati come si dovrebbe e come si potrebbe.

Il lavoro di “Ossigeno per l’Informazione” ha cambiato la percezione del fenomeno, ha messo fine ail negazionismo, ha costretto la politica e il parlamento a intervenire. Oggi tutti, in Italia, parlano dei giornalisti minacciati e dell’angheria delle querele pretestuose. Tutti fanno riferimento ai dati di Ossigeno, li citano come dati oggettivi e incontestabili con i quali fare i conti. Questo lavoro di “Ossigeno per l’informazione” ha scosso l’apatia e l’indifferenza generale. Non ha risolto il problema, ma ha dato coraggio e speranza a molti giornalisti. E si deve indubbiamente a questo nostro lavoro se finalmente il Governo e il Parlamento si sono impegnati ad adottare alcune misure urgenti di contrasto.

Questa svolta è stata possibile perché un gruppo di giornalisti e di legali ha fondato un Osservatorio ad hoc, ha elaborato uno strumento di osservazione ad hoc e lo ha applicato usando come capitale il volontariato professionale gratuito per produrre questi dati. Invitiamo tutti a conoscere questa esperienza italiana e a verificare se una indagine analoga può essere sperimentato nel loro paese, per verificare se accadono le stesse cose, come noi riteniamo probabile, e per sollecitare l’intervento della politica e delle istituzioni.

Detto in estrema sintesi, “Ossigeno per l’Informazione” ha fatto un’inchiesta giornalistica sul campo. Ha documentato un gran numero di gravi violazioni della libertà di stampa, attuate in Italia con minacce, ritorsioni e abusi dei procedimenti giudiziari. Ha dimostrato che in dieci anni in Italia 2900 giornalisti (dei quali Ossigeno ha pubblicato i nomi) sono stati indebitamente ostacolati nel loro lavoro, con evidente violazione della libertà di espressione e di stampa, con atti violenti o con accuse giudiziarie pretestuose, mentre erano impegnati a riferire episodi di cronaca. Tranne poche eccezioni, queste violenze e questi abusi non sono state dai giornali né sono state punite.

Questi 2900 nomi sono la punta dell’iceberg, la piccola parte visibile del fenomeno che, secondo le stime di Ossigeno è almeno dieci volte più esteso e quindi tocca oltre la metà dei giornalisti italiani in servizio attivo.

Le violazioni più gravi da noi registrate e documentate sono le minacce di morte a decine di giornalisti, alcuni dei quali vivono protetti dalle forze dell’ordine. Molti altri giornalisti sono esposti a rischi gravi ma non hanno alcuna protezione. Le violazioni comprendono intimidazioni, avvertimenti, attacchi fisici, discriminazioni, forzature del segreto professionale, abusi della legge sulla diffamazione, richieste di danni pretestuose e infondate. Gli abusi del diritto sono il 40 per cento del totale.

“Ossigeno per l’Informazione” ha anche formulato una serie di proposte per ridurre drasticamente il numero e l’effetto di queste minacce. Alcune, a nostro avviso, sono valide anche in altri paesi.

In conclusione voglio dire che il silenzio dei media su questo fenomeno pesa molto, ma non è un alibi valido per non agire. Dobbiamo ascoltare la nostra coscienza. Dobbiamo guardare la realtà e credere a ciò che vediamo con i nostri. Non dobbiamo farci scudo con i luoghi comuni e gli stereotipi rassicuranti. Dobbiamo avere il coraggio di aprire bene gli occhi, servirci delle buone pratiche realizzate in altri paesi e rimboccarci le maniche. Dobbiamo fare tutti la nostra parte, giornalisti e cittadini, senza nasconderci dietro pensieri pensati da altri, dietro luoghi comuni che non spiegano ciò che accade intorno a noi.

Noi europei, noi occidentali abbiamo la grande responsabilità di rendere vivi e praticati i diritti umani fondamentali. Dobbiamo denunciare le gravissime violazioni della libertà di stampa che avvengono nei paesi autoritari, dobbiamo prestare la nostra voce a chi in quei paesi non può parlare. Ma se vogliamo essere esportatori sinceri e credibili dei grandi valori di uguaglianza, di libertà e di democrazia dobbiamo dire anche cosa accade di brutto a casa nostra e impegnarci affinché non accada più.