Editoriale

E ora giù la maschera! La decisione della Consulta sul carcere per diffamazione  

di Alberto Spampinato e Giuseppe F. Mennella  – Il rinvio di un anno mette in mora il Governo e il Parlamento e costringe tutte le parti in causa – giornalisti, editori, politici, sindacalisti –  a dire se sono veramente a favore dell’abolizione della pena detentiva o fingono di esserlo

Con la scelta di rinviare di un anno il giudizio di legittimità costituzionale, che avrebbe potuto mettere fuori gioco le norme che prevedono il carcere fino a sei anni per i giornalisti colpevoli di diffamazione a mezzo stampa, la Consulta sembra aver deluso molte aspettative, ma in realtà ha dato segno di grande equilibrio istituzionale e di finezza politica, rispettando il ruolo del legislatore nel momento in cui lo stesso sta esaminando disegni di legge proprio sulla materia sub iudice. Non era impossibile prevedere che questa sarebbe stata la scelta della Corte. C’erano un modello e un precedente di prima grandezza: il fine vita. La Consulta concesse dodici mesi alle Camere per decidere. L’anno trascorse senza alcuna decisione parlamentare. E così a decidere furono i giudici costituzionali.

Dobbiamo attendere le motivazioni per comprendere compiutamente la scelta degli Ermellini, ma già dal comunicato diramato dall’Ufficio stampa sembrerebbe chiaro che, nella sostanza, la Consulta abbia riaffermato la necessità e l’urgenza di ridurre drasticamente il ricorso alle pene detentive, adeguando finalmente la normativa italiana alle Convenzioni, ai Trattati e alla giurisprudenza europee. Su questo punto e in questo senso, la Corte ha messo in mora un legislatore che da vent’anni fa melina, discute senza mai decidere, come se fosse un cenacolo di studiosi. La frase chiave del comunicato – dopo aver sottolineato che si tratta di operare il bilanciamento tra la libertà di manifestazione del pensiero e la tutela della reputazione della persona – è questa: «Una rimodulazione di questo bilanciamento, ormai urgente alla luce delle indicazioni della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, spetta in primo luogo al legislatore». Chi ha orecchie per intendere, intenda: la fonte ispiratrice della nuova normativa deve essere la giurisprudenza della Corte EDU. Il che vuol dire: non solo abrogazione della reclusione, ma pene e sanzioni civili pecuniarie proporzionate alla capacità economica del giornalista e dell’editore. E queste saranno le basi delle decisioni della Corte Costituzionale se il Parlamento restasse inerte.  

La scelta della Corte ha messo in mora anche il governo che adesso deve scegliere fra il ruolo di Ponzio Pilato e quello di protagonista attivo che, pur rispettando l’autonomia del Parlamento, svolge una costante azione di stimolo in adempimento degli obblighi positivi che ha in forza dei trattati internazionali.

Quindi dovremmo concludere che entro un anno in Italia avremo sicuramente un nuovo, più chiaro quadro normativo e giurisprudenziale, più favorevole ai giornalisti e alla libertà di informazione?

C’è di che dubitarne ed è evidente perché. In venti e più anni non siamo riusciti a eliminare questo obbrobrio del carcere per diffamazione nonostante tutti i richiami, nonostante tutti i solenni impegni e i proclami di buona volontà e le buone intenzioni. Perché?

Certamente non per mancanza di tempo o perché un certo partito, una certa maggioranza politica ha sbarrato il passo. È stato l’effetto di una pressoché unanime volontà politica. Il Parlamento non ha abolito il carcere per i giornalisti perché la gran parte dei forze politiche lo ha sempre difeso, rinviando le decisioni o proponendo in alternativa al carcere pene e sanzioni ancor più giugulatorie, lasciando incancrenire il dramma delle querele pretestuose e delle liti civili temerarie usate a scopo meramente intimidatorio.

Ma sarebbe ingiusto dare tutta la colpa ai parlamentari. È vero, il parlamento e i governi hanno recitato una parte per nascondere le loro vere intenzioni. Ma lo stesso hanno fatto altri protagonisti: molti giornalisti, editori, sindacalisti, difensori della libertà di stampa, leader di partito, magistrati, sindaci, amministratori pubblici, imprenditori, opinion leader che, talvolta apertamente, più spesso lontano dai microfoni, hanno detto chiaramente che in Italia, per l’editoria (per i bilanci dell’editoria?) per punire la diffamazione il carcere è molto meglio delle multe ed è bene tenerselo caro. Sic.

Sbagliano. Ma sembra che ne siano profondamente convinti e in definitiva saranno loro a decidere la partita, a influenzarne fortemente l’esito giustificando e facendo accettare il disinteresse del governo, la melina del parlamento, l’intervento tardivo della Corte.

Così è se vi pare, direbbe il grande commediografo. Così è e così sarà ancora fra 12 mesi, se nel frattempo non saremo riusciti a smascherare i finti favorevoli e le loro presunte buone ragioni, se non riusciremo a fare capire che anche in Italia si può difendere allo stesso tempo e con pari dignità la reputazione delle persone, la libertà di stampa e il diritto all’informazione.

ASP GFM

Leggi anche il parere dell’Avv. Andrea Di Pietro

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