Processo Rocchelli: La difesa di Markiv, non ci sono prove valide per condannarlo

di Giacomo Bertoni – Le arringhe dei difensori dell’imputato e del legale dello Stato ucraino alla quarta udienza in Corte d’assise d’appello a Milano

OSSIGENO 25  ottobre 2020 – L’assoluzione piena di Vitaly Markiv per non aver commesso il fatto. Questa è la richiesta che i difensori dell’imputato condannato in primo grado a 24 anni di reclusione e il legale dello Stato ucraino hanno rivolto alla Corte d’Assise d’Appello di Milano, alla quarta udienza del processo d’appello ai responsabili della tragica morte del fotoreporter Andy Rocchelli, ucciso il 23 maggio 2014, in Ucraina, durante il conflitto in Donbass fra reparti militari e indipendentisti filo-russi.

I legali hanno pronunciato le arringhe venerdì 23 ottobre 2020, in un’udienza fiume, iniziata alle 9 del mattino e finita alle 21. A causa della pandemia, che ha causato contagi anche all’interno del Palazzo di Giustizia, la Corte ha ridotto ulteriormente, da dodici a tre, il numero dei giornalisti ammessi in aula.

IL LEGALE DELLO STATO UCRAINO – L’avvocato Niccolò Bertolini Clerici, legale del governo ucraino, che in questo processo è indicato come corresponsabile della morte di Andrea Rocchelli, ha proposto una diversa interpretazione delle parole di William Roguelon, giornalista francese sopravvissuto all’attacco. Quelle parole, a suo avviso, smentiscono la ricostruzione alla base della  sentenza di primo grado, emessa sul presupposto che i colpi mortali sarebbero partiti solamente dalle armi dell’esercito ucraino e della Guardia nazionale ucraina.

 «Dalla sentenza di primo grado – ha detto l’avvocato Niccolò Bertolini Clerici – traspare livore nei confronti dello Stato ucraino. Le forze regolari dell’esercito ucraino sono definite ‘forze di occupazione’. Per rispondere a comprensibili esigenze di giustizia la sentenza ha costruito una storia, ma lo ha fatto con  numerosi salti logici. Questi salti logici non surrogano l’esigenza delle prove». Riguardo alla ricostruzione dell’attacco del 23 maggio  2014, l’avvocato ha detto: il superstite «Roguelon parla di colpi precisi, che cadevano attorno a lui e ai suoi compagni. Non potevano essere raffiche sparate a caso da oltre 1,5 km di distanza. Chiedo una perizia fonica sul video nel quale si sente la voce di Andrej Mironov (l’attivista e giornalista russo ucciso insieme ad Andrea Rocchelli, ndr) che parla di mortai vicini. Inoltre il tetto del taxi (a bordo del quale Rocchelli e gli altri due giornalisti si erano recati nel luogo dove sono stati colpiti dai colpi di mortaio, ndr)  non presenta fori in entrata, come sarebbe naturale se i colpi fossero arrivati dall’alto della collina Karachun. Il fatto che anche i militanti filo russi avessero in dotazione mortai è confermato nell’articolo di cronaca della giornalista Ilaria Morani ( pubblicato sul Corriere della Sera online il 25 maggio 2014, il giorno dopo l’omicidio di Rocchelli, ndr), e grazie ai giornalisti sappiamo che i civili pativano le violenze di entrambi gli schieramenti».

MANCANO LE  PROVE – L’avvocato Donatella Rapetti, uno dei difensori dell’imputato Vitaly Markiv, si è soffermata sullo stesso punto. «Noi – ha detto – non definiamo William Roguelon un teste inattendibile, anzi. Nel 2014 quando racconta i fatti è totalmente a favore della tesi della difesa. Però nel 2019, durante il processo di primo grado il suo racconto si modifica e si arricchisce di dettagli. Questo fa pensare che non tutti gli elementi siano genuini. La sentenza di primo grado di Pavia racconta che i filo-russi compaiono dopo l’attacco e dopo i colpi arrivati dalla collina. Questi soldati arrivano e sparano contro il boschetto. Com’è possibile? Io non sparo a soggetti contro i quali  il mio nemico sta sparando, un nemico che si trova sulla collina Karachun». L’avvocato Rapetti ha inoltre criticato gli elementi balistici e logistici descritti nella sentenza e ha concluso ribadendo la richiesta di fare un sopralluogo in Ucraina.

PREGIUDIZI CONTRO MARKIV – L’avvocato Raffaele Della Valle, l’altro difensore di Vitaly Markiv, ha preso la parola nel pomeriggio è ha evidenziato di pregiudizi insiti nella sentenza di primo grado: «Questa sentenza di primo grado soffre di un vizio genetico, ovvero quello di non aver considerato il contesto entro il quale è avvenuto il fatto. Lo si vede già dalla ricostruzione della situazione geopolitica, che descrive un campo nel quale di qua ci sono i buoni e di là i cattivi. Così Markiv è entrato nell’aula della Corte d’Assise di Pavia già colpevole». Secondo l’avvocato Della Valle mancano le prove a suffragio della condanna che ha subito. «Il punto centrale – ha osservato – doveva essere ciò che è avvenuto alle 17.07 del 24 maggio 2014, e invece così non è stato, perché non c’è un solo elemento in grado di provare la presenza di Markiv in postazione e in servizio al momento degli spari». L’avvocato ha ricostruito poi i rapporti fra i giornalisti e l’imputato, in particolare quelli con Marcello Fauci e Ilaria Morani. «Markiv – ha detto – era una fonte per loro, ma anche un aiuto concreto. Dopo l’attacco del 24 maggio Fauci è andato a chiedere a Markiv aiuto per recuperare un giubbotto antiproiettile. Poi, quando Markiv viene ferito in una sparatoria, Fauci lo va a trovare in ospedale. Se fosse davvero l’assassino del suo amico Andrea Rocchelli non si comporterebbe così. Sarebbe schizofrenia pura. E l’imbarazzo di Fauci e Morani durante l’istruttoria di primo grado ne è la conferma».

MARKIV PRESENTATO COME UN MOSTRO – Il difensore dell’imputato ha criticato duramente l’articolo di Ilaria Moran,i pubblicato sulla versione online del Corriere della Sera il 25 maggio del 2014. «Morani e Fauci sono due onesti giornalisti, come lo era il povero Andy Rocchelli. Ma i virgolettati riportati nell’articolo della Morani non corrispondono a quanto dichiarato da Markiv». Ha contestato anche la primitiva versione dell’intercettazione dell’imputato nel carcere di Pavia nel luglio 2017: «Grazie alla nuova traduzione di quella registrazione abbiamo scoperto che Markiv non dice ‘abbiamo fottuto un fotoreporter’, ma ‘è stato fottuto un fotoreporter, mi stanno cucendo addosso la colpa’. Eppure anche il Pg non ne ha parlato».

L’avvocato Della Valle ha poi evidenziato alcune imprecisioni nelle dichiarazioni rilasciate dai testi: «Le imprecisioni confermano che le testimonianze non sono pilotate, ma che sono ricordi di fatti avvenuti più di quattro anni prima».

Dunque, secondo la difesa Vitaly Markiv deve essere assolto. «Egli – ha detto l’avv. Della Valle – aveva gli stessi compiti degli altri soldati, non aveva rapporti privilegiati con gli altri comandanti, non aveva nessun potere sui comandanti dell’esercito ucraino. Siamo di fronte a una ‘colpa d’autore’, è stato presentato alla Corte come il mostro, così il colpevole non può essere altri che lui. Rimane però un assordante vuoto probatorio, coperto con l’accusa di crimini contro l’umanità. Ma – ha concluso – Pavia non è Norimberga».

Nella precedente udienza gli avvocati di parte civile avevano sostenuto la tesi opposta: l’imputato è colpevole e le prove ci sono.

Anche il sostituto pg Nunzia Ciaravolo, che rappresenta la pubblica accusa, ha chiesto la conferma della condanna a 24 anni di carcere per Vitaly Markiv. Il pg ha ricordato alla Corte d’Assise d’Appello presieduta da Giovanna Ichino e ai giurati che Markiv “non è imputato per aver esploso direttamente i colpi di mortaio mortali”, ma per aver “concorso e contribuito materialmente ad aiutare chi li ha esplosi colpendo dei civili, che erano in abiti civili e privi di qualsiasi arma”. Lui, in particolare, aveva addosso uno strumento “sofisticato” di comunicazione con cui mandava “informazioni ai suoi commilitoni”.

 La prossima udienza si terrà  martedì 3 novembre.

GB

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