Sorgi: cronisti più a rischio lavorano soli in provincia

Il ricordo dei colleghi de L’Ora e degli altri giornalisti uccisi in Sicilia. “Ma nel Paese il giornalismo è percepito come un’attività illegittima”

“Sono passato attraverso varie esperienze giornalistiche, da L’Ora di Palermo al Messaggero, alla Stampa, alla radio e alla tv. Ma sono convinto che i giornalisti più minacciati siano quelli che operano in provincia: perché lavorano in solitudine, dove spesso vi è un solo giornale, oppure  hanno un sito su cui operano da soli”. Lo ha evidenziato Marcello Sorgi, coordinatore dei giornalisti de L’Ora. I quali si incontrano ogni anno, ha detto, per ricordare il direttore Vittorio Nisticò e i tre colleghi uccisi dalla mafia: Mauro De Mauro, Cosimo Cristina e Giovanni Spampinato. Uccisi in Sicilia come Peppino Impastato, Mario Francese, Giuseppe Fava, Beppe Alfano, Mauro Rostagno: “otto giornalisti in tutto quelli ammazzati in Sicilia”, una cifra che rivela che “il nostro non è un Paese normale”.

Ma a bloccare la  pubblicazione delle notizie “vi è anche una zona grigia”, ha sottolineato Sorgi, anche nelle città del nord. Dove ai direttori, come a lui stesso è accaduto, arrivano non intimidazioni, ma inviti felpati ed eleganti a non pubblicare casi anche eclatanti di cronaca, a storpiare i nomi dei protagonisti, a non pubblicarne foto: inviti che possono arrivare da avvocati, ha precisato, e anche da magistrati con incarichi di vertice. Nell’ambito di una mentalità diffusa che percepisce il giornalismo come “un’attività illegittima, come si trattasse di mettere il naso negli affari altrui”.

Sorgi ha infine ribadito l’importanza di tenere viva la memoria dei giornalisti uccisi mentre svolgevano il proprio lavoro e ha proposto che, come appena accaduto a Palermo dove una targa è stata apposta sull’edificio dove aveva sede L’Ora, così si faccia  anche in tutti comuni dove siano stati uccisi giornalisti: “bisognerebbe convincere i sindaci affinché l’esempio di Palermo sia seguito”. 

Luciana Borsatti

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