Editoriale

In Europa sparano ai giornalisti scomodi. Uccisi altri 2. Come dovremmo impedirlo

Un passaggio dell’intervento di Ossigeno per l’Informazione durante il ritiro del “Premio  della Fondazione Critica Liberale sulla libertà”. La cerimonia si è svolta il 14 luglio 2021 (vedi).
 
OSSIGENO 21 luglio 2021 – Pregiudizi e cattiva coscienza ci impediscono di vedere anche le cose che balzano davanti ai nostri occhi, fra le altre cose un dramma che si ripete tutti i giorni, nelle nostre città, nell’Occidente più moderno e sviluppato: il dramma della censura imposta con la violenza e con abusi inammissibili negli stati di diritto. (…)

In Italia e in Europa, istituzioni e autorità dovrebbero fare di più per combattere la censura violenta ma ancora non vogliono arrendersi alla realtà che mostra la necessità di farlo. In Italia non vogliono credere alla diagnosi pluri-confermata fornita da Ossigeno. Si affidano a osservatori più indulgenti, a medici pietosi che fingono di non vedere l’estendersi della malattia e rinviano gli interventi necessari. E intanto questa malattia che affligge la libertà di informazione continua a diffondersi, si incancrenisce, miete nuove vittime, anche nel cuore d’Europa, come dice l’assassinio di Giorgos Karaivaz, ucciso ad Atene il 9 aprile 2021, come conferma il mortale agguato del 7 luglio 2021 ad Amsterdam in cui è stato ferito Peter R. Vries, deceduto otto giorni dopo.

Questa recentissima e drammatica evoluzione del fenomeno ci ha ricordato il trauma che suscitò, nel 2017, l’assassinio di Daphne Caruana Galizia a Malta, il clima reso ancora più drammatico pochi mesi dopo, nel 2018, dalla barbara eliminazione fisica di Jan Kuciak in Slovacchia. Due omicidi che si sarebbero potuti evitare. Quegli omicidi e quel senso di sconfitta diedero una forte scossa a tutta l’Europa. Le istituzioni europee si mobilitarono, presero importanti impegni, vararono iniziative senza precedenti per prevenire l’assassinio di altri giornalisti nel Vecchio Continente.

Sono trascorsi quasi quattro anni, da allora. Bisogna dire che quel traguardo appare ancora lontano. Lo dicono molti dati. Ed è preoccupante vedere che gli assassinii di un giornalista in Grecia e di un altro in Olanda non suscitano una reazione paragonabile a quello di allora per la morte di Daphne Caruana Galizia e di Jan Kuciak, non sono accolti con la stessa mobilitazione emotiva, politica e informativa, con la stessa indignazione corale.

Anche stavolta le reazioni politiche e sociali ci sono state. Ma sono sotto tono rispetto a quelle di allora. Anche l’impegno per fornire informazioni sulle indagini e sui retroscena di questi attacchi è stato nettamente inferiore. Eppure in questi ultimi tre anni  l’Europa abbia messo in campo nuovi centri di osservazione incaricandoli proprio di integrare l’attività dei media su queste vicende, sulle minacce e sulle ritorsioni più gravi contro i giornalisti, sugli allarmi e gli interventi che possono aiutare i giornalisti in pericolo.

Queste reazioni sotto tono fanno una pessima impressione. Fanno pensare che in un certo senso noi europei abbiamo cominciato a rassegnarci, ci stiamo convincendo che è inevitabile subire questi atti di ritorsione estrema contro i giornalisti e dobbiamo limitarci a contrastarli con la retorica.

Spero che sia solo un’impressione, che la realtà sia diversa. Spero che i fatti successivi si incarichino di smentire in modo categorico l’impressione che l’assuefazione abbia guadagnato terreno. Ma non basta sperarlo. Bisogna impegnarsi affinché i fatti smentiscano la brutta impressione. Bisogna mobilitare tutti i difensori della libertà e dello stato di diritto. Bisogna convincere tutti coloro che puntano sulla rassegnazione che questa battaglia si può vincere facendo in ogni paese ciò che necessario ed è possibile fare in ogni paese, applicando le Raccomandazioni delle istituzioni internazionali finora inapplicate. Bisogna aiutare gli increduli a superare la loro incredulità (più o meno sincera) che non ha alcuna ragione di essere.

Oggi questa incredulità è la barriera che impedisce di affrontare e risolvere il problema. È la barriera da abbattere. (…)

 Questa è la sfida per chi vuole difendere la libertà di stampa e di espressione dalle intimidazioni che assediano giornali e giornalisti. (…)
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