Se i giornali funzionassero come i treni

Ci sono questioni che crediamo di conoscere bene, ma delle quali ci sfuggono aspetti e particolari essenziali finché qualcuno o qualcosa non li fa notare. A me è accaduto tanti anni fa, in Sicilia, quando fu ucciso mio fratello. Quella esperienza, che ho raccontato in un libro che spero di pubblicare anche in Spagna, ha ispirato tutta la mia vita.

Eravamo entrambi molto giovani. Lui era un giornalista. Aveva 25 anni e conduceva un’inchiesta giornalistica su un oscuro omicidio. Pubblicò in esclusiva alcune notizie clamorose, in particolare una che altri non avevano voluto pubblicare, sebbene fosse vera, perché danneggiava gli interessi di persone potenti. Fu ucciso e non fu possibile ottenere la punizione che i responsabili meritavano. Questa tragedia mi ha fatto vedere in un’altra luce la professione giornalistica, che da allora io stesso cominciai a praticare. Da allora rifletto sui molti rischi e sulle gravi ritorsioni che i giornalisti subiscono nello svolgimento del loro lavoro, sulle violenze che ostacolano la ricerca della verità e la pubblicazione di notizie su persone dotate di potere, di influenza o di forza criminale. Ho scoperto che queste cose accadono più spesso di quanto possiamo immaginare e perciò tutti dovremmo occuparcene per impedirlo.

Da quando ho scoperto questo lato drammatico della professione giornalistica ho fatto tutto il possibile per cambiare la situazione e non perdo occasione per invitare gli altri a scoprire questo problema e a fare la loro parte per risolverlo.

Ovviamente le soluzioni devono essere trovate da chi fa le leggi e da chi le fa applicare. Ma credo anche che i giornalisti e le loro organizzazioni possano fare molto più di ciò che fanno per segnalare questo problema. Credo che questo compito non spetti soltanto ai giornalisti, ma a tutti i cittadini, anche agli studenti, perché le minacce ai giornalisti danneggiano tutti, poiché impediscono di esercitare un diritto che è di tutti, un diritto poco conosciuto e poco rivendicato, ma fondamentale: il diritto di ricevere e di diffondere informazioni.

Per entrare in argomento, voglio ricordare cos’è l’informazione giornalistica. La nostra società assegna a essa la funzione di permettere la libera circolazione delle idee, delle opinioni e delle informazioni di interesse pubblico, cioè di quelle informazioni che ci sono necessarie, in quanto cittadini, per partecipare alla vita pubblica. Dobbiamo sapere che questa funzione è importante e insostituibile e che la libertà di informazione non è una pretesa, ma un diritto. Dobbiamo sottolineare che il nostro diritto di ricevere e diffondere liberamente informazioni riguarda tutte le informazioni di interesse pubblico, eccetto quelle che potrebbero danneggiare la sicurezza nazionale e quelle che, in certe fasi delle indagini, devono restare segrete per consentire alla magistratura e alle forze dell’ordine di accertare colpe e responsabilità. La libertà di informazione è dunque molto ampia, ed ciò è giustificato dal fatto che questa libertà è un presupposto della democrazia. Ma dobbiamo anche sapere che nella realtà questa libertà subisce numerose limitazioni, alcune delle quali arbitrarie e inaccettabili, contrarie alla legge e alla Costituzione, in quanto ci impediscono di conoscere informazioni importanti.

E’ vero che ognuno di noi riceve ogni giorno un flusso imponente di informazioni, ma se guardiamo bene nell’universo informativo che ci sommerge abbondano le informazioni di cui possiamo fare a meno e invece mancano spesso notizie importanti che avremmo diritto di conoscere e che ci sarebbero utili per sapere cosa accade intorno a noi e partecipare alla vita pubblica. Mi riferisco alle informazioni importanti e delicate su comportamenti scorretti del potere e di chi lo esercita, ai retroscena delle attività illegali, della corruzione, dei traffici delle mafie che coinvolgono personaggi pubblici.

Ciò non dovrebbe accadere in base al diritto all’informazione sancito dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e dalla Convenzione Europea dei Diritti Fondamentali recepite nelle Carte Costituzionali nei nostri paesi. In base a questi principi solennemente affermati, anche queste informazioni di interesse pubblico dovrebbero essere veicolate ai cittadini attraverso i media. In aderenza a questi principi il sistema mediatico deve essere imparziale. Se vogliamo fare un paragone, deve funzionare come i trasporti pubblici, che trasportano i passeggeri, qualunque passeggero, dove essi vogliono andare, indipendentemente da ciò che pensano, dalle loro intenzioni e dalle idee politiche che professano. L’imparzialità del trasporto pubblico è un diritto talmente radicato da suscitare immediate proteste e interventi delle autorità pubbliche se qualcuno impedisce arbitrariamente a un passeggero di servirsene liberamente.

Invece la parzialità e la discrezionalità dell’informazione è ampiamente tollerata. Ogni giorno i giornali e i giornalisti scelgono i “passeggeri” da trasportare, ne scartano alcuni per propria convenienza politica o economica o perché è – o potrebbe essere – rischioso fare diversamente. Ogni giorno alcune informazioni importanti vengono scartate a causa di minacce, intimidazioni, ritorsioni violente certe o probabili, o di abusi che colpiscono in particolare giornalisti e bloggers impegnati a riferire dei fatti di interesse pubblico. Ciò avviene tutti i giorni ma raramente si leva qualche protesta. Eppure sarebbe doveroso contrastare queste minacce e queste ritorsioni che sono già molto frequenti ed estesi e stanno aumentano in modo preoccupante anche grazie al silenzio che le circonda. Sarebbe necessario intervenire perché questi mediti sono contrari alla legge e oscurano molte informazioni che noi cittadini abbiamo il diritto e la necessità di conoscere. Sarebbe necessario intervenire perché la prassi della raccolta differenziata delle notizie crea gravissime difficoltà ai giornalisti che fanno correttamente il loro lavoro.

Questo fenomeno non ha un nome preciso e anche per questo è difficile parlarne. Perciò innanzitutto dobbiamo dargli un nome. Se riflettiamo sul concetto di storico di censura non è difficile capire che si tratta di una sua variante, che i termini giusti da usare sono“censura violenta” e “censura mascherata”.

La censura storica è quella applicata per legge, ormai soltanto nei paesi autoritari. Essa consente di chiudere i giornali che pubblicano notizie sul potere e sui potenti senza una specifica autorizzazione, e di punire i giornalisti che non rispettano il divieto.

La “censura violenta” e la “censura mascherata” è la variante praticata nei paesi democratici. In essi la legge vieta formalmente ogni limitazione della libertà di informazione. Perciò si fa strada mascherandosi, ricorrendo alla violenza e agli abusi e utilizzando vuoti legislativi, omissioni e inadempienze dei controllori.

Il primo a parlare di censura mascherata è stato, nel 2012, il Commissario per i Diritti Umani, Nils Muiznieks. Le minacce e gli attacchi contro i giornalisti, ha affermato, equivalgono alla censura in quanto mirano a “chiudere loro la bocca e a convincerli a non andare avanti con il loro lavoro”. Citando una sentenza della Corte di Strasburgo, Muiznieks ha ricordato che i governi nazionali hanno l’obbligo di creare un ambiente favorevole che consenta ai giornalisti di pubblicare senza timore di violenza e ritorsioni anche le informazioni e le opinioni che possono essere considerate scomode da chi detiene il potere economico, culturale o politico. Siamo grati al Commissario per i Diritti Umani, perché con questa efficace definizione ha acceso una luce su questo fenomeno che tutti si sforzano di non vedere. Nel 2015 il Commissario ha anche proposto di creare una rete paneuropea di osservatorii nazionali sulla violenza contro i giornalisti per sollevare questione. E’ la strada giusta. Vediamo perché.

Il silenzio sulle minacce ai giornalisti e una conditio sine qua non per praticare la censura violenta e mascherata. Infatti i paesi liberi e democratici possono rinunciare a contrastare le manifestazioni della censura e delle sue subdole varianti soltanto negandone l’esistenza. Perciò negano ostinatamente che questa censura si manifesti. Lo negano fino a quando l’evidenza dei fatti lo impedisce. Quando finalmente sono costretti ad ammetterne l’esistenza, cominciano a contrastarla, perché diversamente dovrebbero rispondere alle istituzioni internazionali della violazione di uno dei diritti costitutivi dello stato di diritto, di un diritto fondamentale che formalmente e solennemente riconoscono e affermano.

Il silenzio dei media ha motivazioni analoghe. Alcuni giornali sono vittime impotenti della censura violenta o mascherata, altri ne sono complici, altri – la maggior parte – cercano di convivere con i ricatti e possono farlo soltanto finché negano di subirla. Appena lo ammettono devono contrastarla apertamente per difendere la propria credibilità.

Il silenzio dei giornalisti minacciati è altrettanto grave, ma è giustificato dalla paura, dall’isolamento dei loro stessi colleghi, di coloro che silenziosamente praticano l’autocensura e spesso dicono al malcapitato: “Chi te lo faceva fare?”

In Italia abbiamo studiato queste dinamiche. Dopo averle ipotizzate le abbiamo accertate. Sono risultate vere dopo attente verifiche sul campo. Recentemente la Commissione Parlamentare Antimafia e il Parlamento le hanno certificate.

Quindi noi ormai sappiamo cosa accade in Italia: sappiamo che è facile abusare della querela per diffamazione, escludere un giornalista non gradito da un luogo o da un evento pubblico, minacciare un giornalista che pubblica informazioni sgradite, che è facile commettere questi e altri abusi e non subire alcuna sanzione. Noi possiamo affermare con assolata certezza che questa prassi è diffusa, tollerata, accettata.

Cosa accade in altri paesi democratici come il vostro? Noi chiediamo di verificarlo organizzandoci, come abbiamo fatto in Italia, per rispondere in ogni paese europeo libero e democratico a queste domande:

Come si manifesta la censura violenta e mascherata? Quanti e quali giornalisti subiscono minacce, ritorsioni, abusi? Quali e quante minacce rimangono impunite? Come e da chi è avvertito il danno arrecato ai cittadini e alla vita pubblica? Quali e quante informazioni vengono ostacolate o oscurate da minacce, abusi e trasgressioni varie del diritto di espressione e di stampa?

In Italia abbiamo risposto a queste domande ma nessuno ci dice cosa accade negli altri paesi. Finora nessuno ha sentito l’esigenza di rispondere a queste domande, di raccogliere dati dettagliati e oggettivi su queste violazioni, come si fa per le violazioni di altri diritti elencati nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Ma è tempo di farlo per vincere il negazionismo e costringere così le autorità a reagire, ad approvare leggi più adeguate, a turare falle e scappatoie che consentono l’impunità a chi commette violenze e abusi.

La nostra esperienza ha dimostrato che, con pochi mezzi e molta determinazione, la società civile può scuotere la politica e costringerla ad affrontare questo problema. “Ossigeno per l’Informazione”, l’associazione di volontariato che ho l’onore di dirigere, è una organizzazione non governativa fondata nel 2008 da un gruppo di giornalisti proprio per rompere il tabù delle minacce ai giornalisti e delle notizie oscurate con la violenza.

Quando Ossigeno per l’Informazione ha cominciato a operare nessuno ammetteva che le minacce fossero gravi e numerose. Nessuno voleva parlarne, neppure i sindacati dei giornalisti, tantomeno i giornali. Nessuno teneva il conto delle minacce. Nessuno aiutava i giornalisti minacciati a resistere. Ossigeno per l’Informazione ha colmato questo vuoto e ha acceso la luce sul fenomeno. Lo ha fatto accertando i fatti con il metodo dell’ inchiesta giornalistica e rendendoli noti sul web con aggiornamenti quotidiani.

Ciò che abbiamo accertato con questo lavoro è impressionante, supera la nostra stessa immaginazione. Ma è tutto vero. Le violenze e gli abusi contro i giornalisti sono migliaia, sono frequenti, hanno una diffusione continua e capillare in tutto il territorio nazionale e in gran parte riescono a produrre l’effetto censorio voluto dai violenti poiché non sono contrastati come si dovrebbe e come si potrebbe.

Il lavoro di “Ossigeno per l’Informazione” ha cambiato la percezione del fenomeno, ha messo fine ail negazionismo, ha costretto la politica e il parlamento a intervenire. Oggi tutti, in Italia, parlano dei giornalisti minacciati e dell’angheria delle querele pretestuose. Tutti fanno riferimento ai dati di Ossigeno, li citano come dati oggettivi e incontestabili con i quali fare i conti. Questo lavoro di “Ossigeno per l’informazione” ha scosso l’apatia e l’indifferenza generale. Non ha risolto il problema, ma ha dato coraggio e speranza a molti giornalisti. E si deve indubbiamente a questo nostro lavoro se finalmente il Governo e il Parlamento si sono impegnati ad adottare alcune misure urgenti di contrasto.

Questa svolta è stata possibile perché un gruppo di giornalisti e di legali ha fondato un Osservatorio ad hoc, ha elaborato uno strumento di osservazione ad hoc e lo ha applicato usando come capitale il volontariato professionale gratuito per produrre questi dati. Invitiamo tutti a conoscere questa esperienza italiana e a verificare se una indagine analoga può essere sperimentato nel loro paese, per verificare se accadono le stesse cose, come noi riteniamo probabile, e per sollecitare l’intervento della politica e delle istituzioni.

Detto in estrema sintesi, “Ossigeno per l’Informazione” ha fatto un’inchiesta giornalistica sul campo. Ha documentato un gran numero di gravi violazioni della libertà di stampa, attuate in Italia con minacce, ritorsioni e abusi dei procedimenti giudiziari. Ha dimostrato che in dieci anni in Italia 2900 giornalisti (dei quali Ossigeno ha pubblicato i nomi) sono stati indebitamente ostacolati nel loro lavoro, con evidente violazione della libertà di espressione e di stampa, con atti violenti o con accuse giudiziarie pretestuose, mentre erano impegnati a riferire episodi di cronaca. Tranne poche eccezioni, queste violenze e questi abusi non sono state dai giornali né sono state punite.

Questi 2900 nomi sono la punta dell’iceberg, la piccola parte visibile del fenomeno che, secondo le stime di Ossigeno è almeno dieci volte più esteso e quindi tocca oltre la metà dei giornalisti italiani in servizio attivo.

Le violazioni più gravi da noi registrate e documentate sono le minacce di morte a decine di giornalisti, alcuni dei quali vivono protetti dalle forze dell’ordine. Molti altri giornalisti sono esposti a rischi gravi ma non hanno alcuna protezione. Le violazioni comprendono intimidazioni, avvertimenti, attacchi fisici, discriminazioni, forzature del segreto professionale, abusi della legge sulla diffamazione, richieste di danni pretestuose e infondate. Gli abusi del diritto sono il 40 per cento del totale.

“Ossigeno per l’Informazione” ha anche formulato una serie di proposte per ridurre drasticamente il numero e l’effetto di queste minacce. Alcune, a nostro avviso, sono valide anche in altri paesi.

In conclusione voglio dire che il silenzio dei media su questo fenomeno pesa molto, ma non è un alibi valido per non agire. Dobbiamo ascoltare la nostra coscienza. Dobbiamo guardare la realtà e credere a ciò che vediamo con i nostri. Non dobbiamo farci scudo con i luoghi comuni e gli stereotipi rassicuranti. Dobbiamo avere il coraggio di aprire bene gli occhi, servirci delle buone pratiche realizzate in altri paesi e rimboccarci le maniche. Dobbiamo fare tutti la nostra parte, giornalisti e cittadini, senza nasconderci dietro pensieri pensati da altri, dietro luoghi comuni che non spiegano ciò che accade intorno a noi.

Noi europei, noi occidentali abbiamo la grande responsabilità di rendere vivi e praticati i diritti umani fondamentali. Dobbiamo denunciare le gravissime violazioni della libertà di stampa che avvengono nei paesi autoritari, dobbiamo prestare la nostra voce a chi in quei paesi non può parlare. Ma se vogliamo essere esportatori sinceri e credibili dei grandi valori di uguaglianza, di libertà e di democrazia dobbiamo dire anche cosa accade di brutto a casa nostra e impegnarci affinché non accada più.

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